aprile 18, 2009 | In: Articoli, Dall'Italia, Reportage

Sciacalli istituzionali

the cruelest of the dayssu Left in edicola

Centinaia di camion hanno scaricato tonnellate di macerie in un tritacarne. Sono spariti ricordi, tragedie e forse anche prove. Caltagirone, Impregilo, Autostrade, in fila per il business della ricostruzione

di Pietro Orsatti da L’Aquila

«Ci sono sciacalli e sciacalli. Quelli di cui tutti parlano, e poi quelli di cui non parla nessuno. Sciacalli istituzionali». Lo sguardo dell’uomo di mezza età è inequivocabile. Volontario, quasi specializzato, tante tragedie seguite in prima fila: dall’Irpinia al terremoto in Umbria, da Sarno a San Giuliano e ora L’Aquila distrutta dal terremoto. Una settimana esatta da quando siamo arrivati qui la prima volta. «È cambiato tutto, in pochi anni – prosegue -. Prima gli affari e le magagne della ricostruzione partivano in silenzio, lentamente, in sordina. Oggi è tutto più veloce ed efficiente. Guardi, mica solo gli aiuti. Qui si parla di soldi, di affari». Di quegli affari.
Spettacolo e affari, politici in rassegna con caschetto nuovo di magazzino e imprenditori in discreta visita di studio. Nel deserto di una città svuotata e militarizzata, quasi ci fosse non lo stato di emergenza ma vigesse la legge marziale. La città è letteralmente in mano a uomini e donne in divisa. Non solo contro lo sciacallaggio, male endemico di ogni catastrofe, non solo per ovvie ragioni di sicurezza della popolazione, ma perché il volto della Protezione civile in questa primavera 2009 è molto poco civile e molto militare. Tutto centralizzato, dall’informazione ai soccorsi, fino alla scelta dell’acqua minerale da distribuire agli sfollati alla marca di pannolini da distribuire ai bambini. Apparentemente funziona tutto, anche perché militarmente è impedita ogni “deviazione” dei media dal palcoscenico della comunicazione istituzionale messo in piedi ancor prima di aver distribuito tutte le tende necessarie sul territorio. Maschio, virile: militare, appunto. Ma la città dov’è? Gli aquilani dove sono? E, soprattutto, dietro questi cordoni che sembrano essere stranamente mirati soprattutto a tenere lontani giornalisti e obiettivi, cosa sta succedendo?

Quello che succede, o meglio quello che si riesce appena a intravedere, lascia esterefatti. Gli sfollati, gli aquilani imbrigliati in tendopoli anche queste circondate da uomini in divisa, sembrano più subire che ricevere gli aiuti. «Siamo agli aiuti coatti», fa una battuta una ragazza appena uscita dalla sua casa dove, accompagnata da alcuni vigili del fuoco, è rientrata a prendere alcuni oggetti e vestiti. «Sono stati e sono ancora incredibili, ci hanno aiutato in tutto fin dal primo giorno – prosegue – ma poi ci siamo trovati imprigionati nelle tende, senza poter fare nulla, senza nessuna autonomia e soprattutto senza contatti con l’esterno». Mostra il computer portatile che è riuscita finalmente a riprendere in casa: «Non sappiamo quasi nulla di quello che sta succedendo fuori dalla cerchia del campo».
E poi dallo stupore si passa al sospetto quando assistiamo a un fatto molto particolare. Centinaia di camion per due giorni, a partire dalla domenica di Pasqua hanno scaricato tonnellate di macerie in una specie di tritacarne che li ha ridotti in ghiaia a piazza D’Armi. Qui, in questo inferno di polvere e mezzi meccanici, sono spariti ricordi e tragedie, pezzi di storia e forse anche prove. Prove di malaffari, di cemento fatto con sabbia di mare, ferri da 10 invece che da 15, lisci dove non dovevano esserlo. Tutto è triturato e spalmato sul territorio, amianto compreso come è stato segnalato da molti testimoni. Qui si costruirà il centro amministrativo della new Aquila voluta da Berlusconi. «Con tanto verde». Due giorni di attività frenetica, poi niente. Tutto immobile. E da dove venivano quelle macerie? Anche da edifici che teoricamente sarebbero stati messi sotto sequestro dall’autorità giudiziaria dopo l’apertura di un fascicolo su alcuni crolli “sospetti”. Lo ammettono candidamente anche gli stessi autisti dei mezzi che fanno la spola dal centro al piazzale. Sant’Andrea, l’Inps, altri edifici pubblici e privati. Strana cosa, strana fretta. Talmente strana che qualcuno si allarma, va a fare mezze verifiche, “butta l’occhio”.

Non solo la stampa, ma discretamente anche appartenenti all’autorità giudiziaria. Ed è comprensibile anche che la sorveglianza di reperti sia bassa: il tribunale non c’è più, le forze di polizia locali non sono in gran parte più quelle con cui i pm hanno lavorato fino a dieci giorni fa. Un vuoto di potere che certo non rassicura. Anche perché la  “militarizzazione” governativa non cerca responsabilità, ma è la visibile, inequivocabile messa in atto della “politica del fare” annunciata da Silvio Berlusconi. Faccio, anche cose incomprensibili e con l’opposizione di amministratori e popolazioni locali, e per il resto “scordiamoci il passato”. Con qualche deroga, qualche leggina ad hoc, qualche scivolata sulle norme urbanistiche. Poco importa. C’è la new town da costruire.
«L’Abruzzo è l’Abruzzo», dichiara il presidente della Regione neoeletto dopo il terremoto istituzionale e giudiziario che ha travolto lo scorso anno Ottaviano Del Turco e il centrosinistra abruzzese, e l’allarme delle infiltrazioni mafiose «non è una preoccupazione concreta». Peccato che ormai da un decennio sia evidente che la regione, proprio grazie al silenzio e alla sottovalutazione del fenomeno, sia diventata la cassaforte delle mafie: Cosa nostra, ’ndrangheta e Camorra. Business dei rifiuti ma soprattutto inerti, cemento e mattone. Ovvero proprio i settori che direttamente saranno coinvolti da subito nella ricostruzione. E non si tratta di allarmi lanciati solo grazie alla stampa, ma frutto di indagini, processi, relazioni della direzione nazionale Antimafia e della Dia. Investimenti di peso qui in Abruzzo, come quelli di Bernardo Provenzano e pezzi del tesoro di don Vito Ciancimino. «Non esiste più l’isola felice», spiega l’avvocato generale della Corte d’appello dell’Aquila Brizio Montinaro per anni procuratore ad Avezzano, e prosegue: «Prima gli inerti, poi il cemento, poi le costruzioni. È evidente la penetrazione, e non è una scoperta solo di oggi. Un rischio enorme, che si sta trasformando in un profondo sistema di inquinamento anche dell’imprenditoria locale, che cambia comportamenti in alcuni casi, altre volte partecipa oppure si trova esclusa da certi affari».

E poi c’è il grande business della ricostruzione. Quello dei miliardi di euro, quello delle grandi opere e dei grandi affari. A chi sarà affidato? Anche qui l’autorità giudiziaria sembra voler giocare un ruolo forse scomodo per le semplificazioni dettate dalla politica del fare. Ci sono infatti due filoni di lavoro che sarebbero stati attivati: uno si occupa delle responsabilità pregresse, l’altro punta a prevenire. Prevenire irregolarità, deroghe eccessive, e soprattutto infiltrazioni nelle pieghe degli appalti. In Italia ci sarebbero oggi solo tre soggetti in grado di affrontare opere delle dimensioni imposte dal sisma: Caltagirone, Impregilo, Autostrade. Che, con ogni probabilità, ci lasciano trapelare attraverso qualche indiscrezione, costituiranno un’Ati, un’Associazione temporanea di impresa con tutto il corollario, poi, di subappalti. Stiamo parlando degli stessi del ponte sullo Stretto di Messina con l’aggiunta di Caltagirone. E la società capofila? Ci fanno capire che Caltagirone è sicuramente la più papabile. Prima di tutto perché il colosso Impregilo sta attraversando non pochi guai per alcune opere come l’inceneritore di Acerra e per la partecipazione a un lotto della costruzione dell’ospedale, inagibile oggi, dell’Aquila. Ma c’è anche una ragione politica perché la scelta cada su Caltagirone, ovvero la vicinanza dell’Udc di Casini e quindi un assenso da parte di un pezzo della politica che nei prossimi mesi potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella tenuta dell’attuale maggioranza.

Tutte ipotesi, certo, ma molto credibili. Come è evidente che intanto la criminalità organizzata, in una regione già profondamente penetrata proprio in un settore strategico come quello del cemento e degli inerti, si stia già organizzando “mettendosi al servizio”. Paradossalmente il decisionismo centralizzato di un ipotetico super commissario alla ricostruzione (è iniziato già il toto nomina che vede sia lo stesso capo della Protezione civile Bertolaso contrapposto ad alcuni esponenti del Pdl locali) potrebbe essere il vero problema. Anche perché scavalcherebbe totalmente popolazioni locali, comunità, il mondo scientifico che in una città come L’Aquila rappresentano probabilmente l’unica possibile tenuta a un saccheggio modello irpino.

foto di Marco D’Antonio

ha collaborato Angelo Venti
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3 Responses to Sciacalli istituzionali

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Lo strillone » Blog Archive » Dossier Terremoto

aprile 18th, 2009 at 14:36

[...] Sciacalli istituzionali apr.18, 2009 [...]

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Sciacalli istituzionali | Yourpage live news aggregator

aprile 18th, 2009 at 18:19

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maggio 7th, 2009 at 13:16

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