dicembre 5, 2008 | In: Approfondimenti, Articoli, Dal mondo
Attentato all’intelligence
Parte dal Kashmir la pista che porta agli autori della strage in India. Ne escono sconfitti tutti i servizi segreti. Un modello introdotto da John Negroponte. E oggi ripreso in Italia da Gianni De GennaroQuesta ipotesi trova conferma anche da parte degli analisti internazionali sul fenomeno del terrorismo islamico che nelle modalità di esecuzione dell’operazione a Mumbai non ha trovato corrispondenza con il modo di operare di al Qaeda. Lashkar-e-Taiba (tradotto “L’esercito del Giusto”) è nato nella provincia di Kuna in Afghanistan nel 1991. Stiamo parlando dell’ala militare del Markaz-ud-Dawa-wal-Irshad (Mdi), organizzazione fondamentalista islamica creata da Hafiz Muhammad Saeed, docente di teologia islamica dell’università di Lahore negli anni Ottanta poi unitosi ai mujaheddin in Afghanistan nel periodo dell’occupazione sovietica. L’attuale principale area di reclutamento dell’organizzazione è a Lahore, in Pakistan, ma gestisce anche diversi campi di addestramento per guerriglieri nelle aree del Kashmir controllate dal governo pakistano. Non a caso, la scelta della “capitale” dell’“Esercito del Giusto” è caduta su Muzaffarabad, città della regione contesa dai due Paesi del subcontinente.
La scelta dei tempi è anche questa fondamentale per capire quello che sta avvenendo in quest’area. L’obiettivo dei terroristi, infatti, è il tiepido processo di disgelo in atto fra India e Pakistan dopo le ultime elezioni che hanno cancellato il potere clanico di Pervez Musharraf, fondato in gran parte sull’appoggio – a dire il vero altalenante – del potentissimo servizio segreto Inter-Services Intelligence (Isi). L’attuale premier pakistano Asif Ali Zardari, infatti, pur avendo di fatto le mani legate dalla sua coalizione, sta cercando sia sul piano interno che internazionale di avviare un cambiamento strategico: offensiva nelle aree tribali al confine con l’Afghanistan e una proposta di accordo all’India sulla creazione di una nuova piattaforma per migliorare i rapporti economici tra i due Paesi. Creazione di un’area libera da armi nucleari nell’Asia del sud, che sottointende la fine della corsa atomica di India e Pakistan e, sempre sul piano degli armamenti nucleari, la rinuncia al “first strike”. E poi, impegno deflagrante sul piano interno e non solo, un progetto di ridimensionamento dell’Isi, con lo smantellamento del suo vertice politico – che per decenni ha rappresentato una sorta di Stato (deviato) nello Stato, con diecimila elementi attivi civili e militari – anche se c’è chi parla di 25mila addetti compresi quelli “non ufficiali” – e connessioni e penetrazioni in tutti i settori militari e civili del Pakistan. L’Isi è stato, ed è tuttora, un colosso il cui budget non è mai stato reso noto, e nei decenni si sarebbe macchiato di sequestri, abusi, traffici illeciti, torture e persino omicidi, sfuggendo a ogni controllo delle forze armate – recentemente il tentativo di trasferire le sue competenze sotto il ministero dell’interno è fallito – fino al punto di essere i “creatori” dei Talebani, armandoli e addestrandoli nella fase iniziale di ascesa negli anni Novanta.
Relazioni pericolose, quelle dell’Isi, che non si fermano solo agli studenti delle madrassa, ma che si possono riallacciare anche all’organizzazione che oggi si sospetta responsabile della strage di Mumbai. Lashkar-e-Taiba, infatti, prima dell’attacco Usa all’Afghanistan nel 2001, era alleata ai Talebani nel confronto con l’Alleanza del Nord guidata da Massud. E in molti ritengono probabile che questa alleanza kasmira-pastun sia nata proprio grazie alla mediazione dei servizi pakistani. Servizi che, nonostante avessero garantito per anni la tenuta del potere di Musharraf, non sono stato certo collaborativi con lo scomodo alleato statunitense sia nella ricerca delle cellule di al Qaeda nelle aree tribali che nell’eliminazione dei nuclei operativi talebani rifugiatesi dall’Afghanistan oltre confine. Ed è anche molto probabile che perfino gli Usa, per ottenere dall’Isi quello che né a Musharraf né all’attuale governo di Islamabad, abbiano cercato di trattare con questo pezzo dello Stato pakistano evidentemente ingovernabile.
In questo quadro va anche inserita la visita del numero due del Pentagono John Negroponte (super capo dei servizi sotto il regno di Bush) e del sottosegretario Richard Boucher, nel marzo 2008, nelle aree tribali al confine fra Pakistan e Afghanistan dove la Cia ha avviato da tempo un intenso programma di spionaggio che si avvale, appunto, della collaborazione dei servizi pakistani. Missione che, a qualche mese di distanza, non ha ottenuto l’effetto voluto vista l’escalation di questi giorni e le connessioni che stanno emergendo nelle ultime ore.
Gli americani hanno nelle aree tribali una ventina di istruttori militari e un programma di sviluppo da quasi un miliardo di dollari, ma la missione del gran capo degli spioni a stelle e strisce era probabilmente quello di approfittare degli ultimi giorni di potere di Musharraf per garantirsi l’opportunità di proseguire “il lavoro sporco”, gli omicidi mirati di capi tribali e talebani compiuti da elicotteri Usa in violazione dello spazio aereo pakistano. Anzi, probabilmente ha alimentato la convinzione nei vertici dell’Isi di poter continuare a fare il doppio gioco con i radicali islamici e i “crociati” occidentali.
E non sarebbe la prima volta che John Negroponte non ottiene i risultati voluti. L’impazzimento di quello che è oggi l’Iraq, il rientro in quasi tutte le regioni dell’Afghanistan dei Talebani, il moltiplicarsi anche in altre aree di cellule terroristiche, la creazione di nuove alleanze fra formazioni jihadiste e criminalità organizzata internazionale per garantire finanziamenti grazie al traffico di stupefacenti e armi. Tutti dati che fanno emergere una sostanziale inadeguatezza dell’intelligence “centralizzata” e sotto il controllo di apparati “extra giuridici” voluta dall’amministrazione Bush.
Insuccessi che non ne hanno scalfito, però, il profilo internazionale. Secondo Gigi Malabarba, esponente di Sinistra critica, sarebbe proprio la riforma attuata dallo stesso Negroponte all’intelligence Usa a guidare l’azione di Gianni De Gennaro, direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza. Proprio l’attualitĂ piĂą stretta, l’attentato di Mombay e la scoperta della cellula salafita a Milano, sembrano andare verso una proposta che l’ex capo della Polizia ai tempi del G8 avrebbe inserito in una bozza del decreto per i regolamenti attuativi della riforma dei servizi segreti. Secondo il progetto, infatti, si andrebbe configurando una sorta di organismo segreto che non abbia piĂą un ruolo di primus inter pares, ma che agisca in una sorta di splendido isolamento e sia sottoposto a limitatissimi controlli. Se trovasse conferma questa indiscrezione, Aisi e Aise (gli ex Sismi e Sisde) di fatto verrebbero ridimensionati: «L’apparato della polizia ha messo di fatto le mani sui servizi segreti – continua Malabarba – ed è proprio la partita sulla sicurezza a determinare le gerarchie dell’agenda politica. Le ultime nomine, infine, non fanno che confermare questa mia idea». Alla fine del mese di novembre, infatti, Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla nomina di alcuni vice direttori dei servizi segreti. Si tratta di Paolo Poletti nominato vice direttore dell’Aisi, ex Sisde; sempre all’Aisi come vice direttore operativo è stato designato il prefetto Nicola Cavaliere, vice capo della Polizia. Come vice direttore del Dis è stato nominato il vice capo di gabinetto del ministro dell’interno Pasquale Piscitelli. Sono stati inoltre nominati il generale della Guardia di finanza, Cosimo Sasso alla vicedirezione del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e il generale dei carabinieri Michele Franzè, vicedirettore dell’Aise, l’ex Sismi. «Il disegno è abbastanza chiaro – riprende Malabarba – ed è quello di coprire i ruoli strategici con uomini fidati».
Anche Francesco Cossiga si è detto favorevole a una riforma della riforma dei servizi segreti. In una dichiarazione all’agenzia Asca, il senatore a vita auspica la creazione di un unico servizio di informazione e sicurezza sebbene «non credo proprio – chiosa il picconatore – che l’Aise si lasci togliere da Gianni De Gennaro nessuno dei poteri che essa ha sempre avuto. Io – continua l’ex presidente della Repubblica – ho un’altissima stima delle capacitĂ , dell’intelligenza anche politica, e della determinazione di Gianni De Gennaro, ma non credo che egli riuscirĂ mai ad accentrare di fatto nel suo Dipartimento poteri tali da fare dell’Aisi e sopratutto dell’Aise due semplici bracci operativi, anzi non credo neanche che riuscirĂ ad attuare nella sua interezza la legge su i servizi».
Intanto, mentre andiamo in stampa, è stata convocata d’urgenza una riunione del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). All’ordine del giorno il reclutamento di 250 nuovi agenti segreti da parte dell’Aisi il 9 settembre. Il giorno dopo, sono entrati in vigore i nuovi regolamenti della Legge 124 che, nell’agosto 2007, ha dato via alla nuova intelligence. Regolamenti che impongono assunzioni solo tramite concorso. In un comunicato il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) precisa noto che «le procedure per la selezione del personale, chiamato a svolgere le proprie funzioni nel Sistema di informazione e sicurezza della Repubblica, si sono svolte nel pieno rispetto delle norme vigenti, con l’obiettivo di rendere pienamente operativo l’intero settore, in attuazione delle previsioni di legge». E allora, sembrano trovare conferma le indiscrezioni secondo le quali la vera lotta per il controllo dei servizi segreti si combatta attraverso il reclutamento. Di uomini fidati, naturalmente. Â
ShareThis

Comment Form