di Francesco Piccinini
Dopo le ripetute minacce subite da Giulio Cavalli l’attore viene posto sotto “tutela totale”, quella che più comunemente è chiamata scorta. In passato aveva già ricevuto minacce di morte. Le intimidazioni arrivarono dopo il suo spettacolo “Do ut Des” che ridicolizzava la mafia. A causa di queste e altre minacce da 7 mesi l’attore era già inserito in un programma di protezione.
Giulio Cavalli è da anni impegnato a
teatro contro la
mafia, e da sei mesi cura una rubrica,
RadioMafiopoli, in onda su AgoraVox
Italia che si rifà a
Onda pazza, la trasmissione di
Peppino Impastato, in cui l’attore disonora la
mafia.
Lunedì 27 aprile 2009 sarà una data che Giulio Cavalli ricorderà a lungo. In paese normale, per un attore di teatro, il lunedì è il giorno del riposo ma il nostro, spesso, non è un paese normale. Capita, così, che un attore nel suo giorno di riposo veda una vettura della polizia avvicinarsi a casa sua; quella vettura non andrà più via: sarà la sua scorta o come viene chiamata in gergo tecnico “tutela totale”. Giulio Cavalli si trova ad esser, suo malgrado, il primo attore italiano a vivere sotto la protezione dello Stato perché minacciato di morte dalla mafia.
Un sodalizio lungo tra Crocetta e Giulio Cavalli che nasce all’ombra dello spettacolo
Do ut Des messo in scena dallo stesso attore il 28 Agosto 2008 a
Gela. Un sodalizio frutto della comune lotta civica, di Cavalli attraverso il
teatro, di Crocetta attraverso la
politica. Spettacolo –
Do ut Des – che era già costato all’attore la “tutela dinamica”. I
carabinieri e la
polizia di Lodi iniziano così a occuparsi, con puntualità e professionalità, della
sicurezza del loro concittadino. Così, nel 2009, in
Italia un attore vede la sua vita sconvolta solo per aver sbeffeggiato un sistema, come quello mafioso, che, troppo spesso, tiene in scacco la nazione.
Dopo giornalisti e scrittori, ora anche un attore fa paura. Fa paura perché parla dei mafiosi come uomini di “disonore”. Cavalli fa paura perché prima di tutto è un giullare che ci fa guardare il nostri spettri e li deride.
Giulio Cavalli, dalla sua Lodi, ha fatto quello che nessun mafioso può accettare, ha detto: “il re è nudo”, ha descritto personaggi che assomigliano più ai protagonisti di un
film di Tod Browning, immersi tra ricotte e camice macchiate d’olio, che a quelli di un romanzo di Puzo.
Giulio Cavalli è l’erede della tradizione dei
Villon, dei Rabelais, degli Angiolieri, di tutti coloro che davanti al “potere” non abbassano la testa.
E’ la conferma che in Lombardia tira “un’aria strana” – come affermato dal
Sindaco Moratti –,
un’aria che vede gli interessi mafiosi coincidere con quelli economici; un’aria che vede la Lombardia e la
Sicilia unirsi per fare “affari”. Ma c’è anche un’altra
Sicilia e un’altra Lombardia che si uniscono, sono quelle di Rosario Crocetta e
Giulio Cavalli. Due persone così differenti eppure così simili. Figli di un’
Italia che dimentica troppo velocemente i suoi “martiri”, uomini che sognano un paese differente, membri di una società civile che non si arrende. Crocetta dice di lui: “Ha legato l’attività di denuncia all’attività artistica, la dice lunga il fatto che un attore che opera a Milano sia minacciato dalla
mafia di
Gela. Non ci può essere che il più ampio affetto, solidarietà e condivisione. E’ evidente che è legato all’
inchiesta su di me perché le persone arrestate erano residenti a Milano”.
Da Lunedì 27 Aprile
Giulio Cavalli vive sotto scorta.
Lunedì 27 Aprile l’Italia è stata ferita a morte… ancora una volta.
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