maggio 29, 2009 | In: Articoli, Dall'Italia, Inchieste
Sicilia – Segnali di guerra
Arsenali, milioni di dollari falsi, omicidi e suicidi in carcere di difficile interpretazione. Le faide di Cosa nostra diventano visibili
di Pietro Orsatti su left – Avvenimenti
Due omicidi per strada, il ritrovamento di un arsenale e di milioni di dollari falsi e un suicidio che in molti non riescono a spiegarsi. E poi un conflitto prima sommerso e ora sempre più evidente fra almeno due fazioni di Cosa nostra per il controllo della commissione provinciale di Palermo del sodalizio criminale. E ancora, tre latitanti di spicco, di cui due, Domenico Raccuglia e Messina Denaro, figli della mafia vincente che faceva capo a Totò Riina (che formalmente è ancora il vertice dell’organizzazione) e l’altro, l’emergente Gianni Nicchi, che ancora non ha compiuto trent’anni ma è uno degli uomini di spicco della nuova organizzazione. Ecco lo scenario della guerra, sotterranea ma fino a un certo punto, visto che non si è mai veramente smesso di sparare fin dai tempi del tentativo di scalata dei Lo Piccolo e dei “fuggiti” (gli sconfitti della seconda guerra di mafia scappati all’estero) rientrati da qualche anno sul palcoscenico siciliano. E ora anche un nuovo pentito, Fabio Manno, che con le sue rivelazioni scoperchia “l’esercito” di Porta Nuova messo in piedi dal boss Gaetano Lo Presti, morto suicida in cella di sicurezza subito dopo l’arresto a dicembre scorso, in vista di un’escalation militare in città. Tre fucili (due a canne mozze e uno a pompa), una pistola a tamburo calibro 357 magnum, migliaia di munizioni e una divisa da carabiniere. Questo arsenale, aggiunto a quello ritrovato la settimana precedente a Villa Malfitano sono segnali inequivocabili. «Stato di fibrillazione» ha definito il quadro odierno il procuratore aggiunto Antonio Ingroia nel commentare l’attentato e il duplice omicidio avvenuto pochi giorni prima a Misilmeri.
Sì, perché in queste settimane non si trovano soltanto armi e soldi seppelliti in giardini o in muretti e garage ma si spara in strada. A Misilmeri, appunto, in provincia di Palermo: Gaspare Zucchetto, 42 anni, Paolo Lo Gerlo, 53 anni, uccisi a colpi di arma da fuoco, e il figlio di un carabiniere di Villabate, Ivan Sciacca, che è stato colpito a un braccio e a una gamba. Tutti e tre sono dipendenti della Coinres, il consorzio che gestisce la raccolta dei rifiuti in diversi comuni del palermitano. Si parla ormai apertamente di guerra di mafia. «Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una fase magmatica, a un tentativo di ricostituzione degli organismi dell’organizzazione criminale – cerca di spiegare Ingroia -. È chiaro che in una organizzazione decapitata dei suoi vertici e in mancanza di un organismo collegiale come la commissione provinciale di Cosa nostra ogni controversia non viene composta e regolata in stanze di compensazione o da personaggi il cui potere è riconosciuto da tutti». E perciò si spara. Con l’arresto di Benedetto Spera, capo mandamento di Belmonte Mezzano-Misilmeri, nel 2001, emerse il boss Salvatore Scirabba con la benedizione di Bernardo Provenzano in persona, che vedeva nel mandamento una zona strategica per gli interessi della fazione corleonese, appunto, di Cosa nostra. Sciarabba, personaggio di primo piano dell’organizzazione, riuscì a garantire una sorta di pax mafiosa finché non fu catturato in una masseria di Mezzojuso nell’ottobre 2003 dopo una lunga latitanza iniziata nel 1997. Successivi altri arresti di personaggi vicini a Spera avrebbero frantumato definitivamente i già fragili equilibri aprendo una fase di conflitto sfociata, oggi, nel duplice omicidio. Ma torniamo agli ultimi ritrovamenti e alla vicenda dello scomparso boss di Porta Nuova, Lo Presti. I carabinieri sono riusciti a individuare nell’abitazione di Fabio Manno, oggi pentito, reggente della famiglia di Borgo Vecchio, e in quelli di una sua zia, un’ingente quantità di banconote false da 100 dollari. Le banconote nascoste sono state rinvenute proprio grazie alle dichiarazioni di quest’ultimo. In tutto 10 milioni. Le armi rinvenute, invece, vennero consegnate a Manno da Gaetano Lo Presti in vista di un probabile scontro per il controllo della commissione provinciale di Cosa nostra, conflitto bloccato dall’operazione “Perseo”. Arsenale che sarebbe servito a difendere il gruppo guidato da lui e Gianni Nicchi. Dall’altra parte, lo schieramento guidato da Benedetto Capizzi e suo figlio Sandro. Ma c’è anche un altro dettaglio che emergerebbe dalle dichiarazioni del neo pentito che riapre gli interrogativi sulla morte del boss di Porta Nuova. Per stessa ammissione di Manno, infatti, le uniformi rinvenute nell’ultimo sequestro sarebbero servite allo stesso dichiarante per tendere un agguato a Lo Presti. Un intento omicida bloccato dallo zio, il boss Gerlando Alberti detto “u paccarè”. Lo Presti, 52 anni di cui 27 trascorsi in galera, aveva vantato con altri mafiosi di avere l’appoggio di Giuseppe Salvatore Riina – figlio di Totò – nella scelta che avrebbe dovuto fare per indicare il nuovo capo della commissione provinciale di Cosa nostra. Il capomafia di Porta Nuova sarebbe smentito da un altro boss, Nino Spera, che ha dichiarato che Riina, «era fuori da tutto», e che per volere della madre, Ninetta Bagarella, «non doveva impicciarsi».
Una versione, quella di Lo Presti, “boss millantatore”, che dopo il ritrovamento di armi, tesori (anche se dollari falsi, ma anche smeraldi brasiliani “veri”) e il ridisegno del ruolo che ha ricoperto negli ultimi anni dopo l’arresto del suo acerrimo rivale Salvatore Lo Piccolo, non tiene, fa acqua da tutte le parti. Come anche le motivazioni del suo suicidio, che da subito ha fatto squillare più di un campanello di allarme. Gli agenti che lo avevano in consegna dopo l’arresto avrebbero raccontato, secondo un cronista locale, che il boss non sembrava assolutamente depresso, anzi dispensava saluti a tutti e ostentava la stessa espressione sprezzante che aveva riservato la mattina alle telecamere che lo riprendevano alla sua uscita dalla caserma Carini. Il suo suicidio sembra avere le stesse modalità di quello di Francesco Pastoia, il tesoriere e stratega degli investimenti di Bernardo Provenzano, morto in cella il 28 gennaio del 2005, tre giorni dopo il suo arresto nell’operazione “Grande mandamento”. Uomini abituati al carcere, con relazioni e potere, che improvvisamente decidono di uccidersi. Indotti da chi o da che cosa? È questa la domanda che oggi, come ieri, si pongono osservatori e inquirenti.

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