(Quasi) tutto è bene quel che finisce bene – Riccardo Orioles su Pino Maniaci

05/06/2009
By Pietro Orsatti

di su ucuntu

Grazie alle amichevoli pressioni dell’Ordine dei Giornalisti nazionale, della Federazione della e di un bel po’ d’opinione pubblica in e fuori, i dirigenti dell’ordine dei giornalisti siciliano hanno finalmente concesso il tesserino di giornalista al giornalista di Tutto è bene quel che finisce bene. Adesso, però, si pongono delle questioni.
è una tv d’ e Maniaci è un giornalista antimafioso, più volte minacciato. I giornalisti siciliani “ufficiali” invece sono in genere tutt’altro che antimafiosi, né scrivono per giornali d’inchie sta ma per i fogli – o gli uffici – dei vari politici e imprenditori locali. I quali naturalmente l’ la vedono come il cane vede il bastone. E allora? E’ Maniaci che deve pazientemente imparare ad adulare i politici e achiudere tutt’e due gli occhi sui mafiosi, o sono i giornalisti perbene che debbono diventare indipendenti e riscoprire (o scoprire da zero) il giornalismo vero? Perché di qua non si scappa: Maniaci – grazie a quel tesserino – ormai è un giornalista d’ordine siciliano, un collega perfetto, uno di loro. E mica si può tenere
nello stesso cesto frutta e calzini sporchi, non va bene. O tutti in un modo, o tutti nell’altro.
Personalmente, preferiremmo che fosse Maniaci a diventare orbo e muto. Intanto per farlo campare un po’ meglio, coi soldi per pagarsi il telefono e senza rischio di revolverate. E poi perché sarebbe troppo crudele, per i colleghi dell’establishment, obbligarli a fare sul serio questo mestiere. Ci sarebbero ulcere, inappetenze, esaurimenti nervosi e crisi coniugali.
No, no, non siamo così barbari. Continuino pure a lavorare così, come sanno e vogliono. In compenso, però, ci facciano una cortesia: chiudano benignamente un occhio, perlomeno ogni tanto, sulle attività del Maniaci. Quando attacca i notabili, quando accusa i mafiosi, quando fa fatti e nomi. E’ vero, non sarebbero cose che si fanno, fra professionisti tesserati e perbene. Ma che ci volete fare, non è colpa sua: è solo la sua malattia, il suo vizio, il giornalismo

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