gennaio 27, 2009 | In: Articoli, Dall'Italia

Lo sconcerto

Sconcerto. Non è uno stato d’animo di oggi. Lo sconcerto ci accompagna ormai da anni guardando quel poco che rimane della sinistra dopo il suo lento ma comunque rovinoso suicidio collettivo. Non c’è stupore, ma sconcerto. La differenza c’è anche se sottile. Sconcerto nel leggere l’intervista di Walter Veltroni al Sole 24 ore e scoprire che i suoi modelli attuali sono la Tacher e Aznar. Sconcerto nell’assistere all’ennesima microscissione a sinistra con il dichiarato intento di avviare “un nuovo soggetto aperto e plurale” dopo uno scontro durissimo che di “aperto” e “plurale” ha ben poco. Sconcerto nell’assistere al cambiamento nel mondo e all’immobilismo nel mio Paese. Sconcerto nel vedere uomini buoni per ogni stagione riproporsi, ormai senza più un nuovo programma o un riferimento reale nella società.

Un caso emblematico è quello della vicenda Borsellino-Mancino. Un gruppetto di giovanotti di destra (Azione giovani, per intenderci quelli della ministro Meloni) fa circolare un manifesto con la richiesta di dimissioni del vicepresidente Mancino. La richiesta si fonderebbe sulle ombre ancora non chiarite sulle azioni del ministro dell’Interno all’epoca della strage di via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Borsellino, incarico allora ricoperto da Nicola Mancino, appunto. Mancino querela i giovanotti, la Meloni media e poi la sorpresa. Chi chiede la testa dei giovanotti? La ministra ombra della Gioventù. Pina Picerni del Pd che dichiara: «gravissimi i toni del manifesto». Un manifesto scritto a mano dopo una decina di giorni di servizi e dichiarazioni e rivelazioni ben più pesanti e gravi. Non dei giovanotti, ma da parte di tanti che stanno seguendo la battaglia del fratello del magistrato ucciso, Salvatore. Telefono ieri a Borsellino e gli chiedo un commento, e lui mi dichiara: «Querela quelli di Azione Giovani per un manifesto. Non capisco. Perché non querela me?». Sconcerto. Non tanto per la vicenda, che ho raccontato solo a titolo d’esempio, quanto per l’assoluta inopportunità dell’uscita dell’esponente del Pd.
«Politici senza partito». Questa definizione mi batte in testa da un paio di settimane. L’autore è Leoluca Orlando. Cercava una metafora forte per descrivermi quello che è oggi la politica senza i partiti. Perché i partiti non esistono più. Non esistono regole e il politico, ormai totalmente disgiunto dalla realtà sociale, ideale, morale si pone autonomamente sul mercato. L’appartenenza è un dettaglio. Ciò che conta, l’unica cosa che conti veramente, è il marketing di se stessi. Quanti voti valgo? Quanti appalti? Quanti contratti? Quanti salotti? Tutto qui. La politica italiana ormai è ridotta a strillo, a dieci parole da inserire fra virgolette in un pastone incomprensibile, a dieci secondi televisivi. Tutto il resto non esiste.
Sconcerto.

ShareThis



Comment Form

Categorie

Condividi

ShareThis

Archivi

Facebook Activity