Via D’Amelio, l’intricata trama di un massacro ancora impunito

01/08/2009
By Pietro Orsatti

Mafia – Continuano le indagini sull’estate del ’92, in particolare sull’uccisione di . Due ex colleghi del pm aspettano 17 anni per parlare, mentre scompare una carta sim di Ciancimino. Troppe domande rimangono senza risposta

Di Pietro Orsatti su Terra

Massimo Ciancimino pochi giorni fa era spaventato, soprattutto affermava di temere di “non arrivare vivo” all’udienza per ora convocata il 17 settembre sul processo di secondo grado a Marcello Dell’Utri. Ieri a , dove ha deposto in un processo sui rapporti tra e imprenditori davanti al procuratore capo di Vincenzo D’Agata e al sostituto Antonino Fanara, ostentava : «Sul papello non posso rispondere, ma come ho già detto altre volte non sarà mai per un atteggiamento di mio diniego il far mancare documenti alla magistratura». Ormai è un fiume in piena, il figlio di don Vito il sindaco del sacco di , e parla e conferma e accusa. Allo stesso tempo, in particolare sulle indagini che si stanno conducendo a Caltanissetta in coordinamento con la procura di sulle stragi del ’92 e in particolare su quella di , ogni giorno in uno stillicidio di rivelazioni compaiono nuovi elementi sempre allarmanti. Come l’ultima deposizione di due magistrati proprio a Caltanissetta da dove emergerebbe come Paolo avrebbe affidato a due giovani colleghi, un uomo e una donna, ai tempi in cui era procuratore di Marsala un elemento inquietante, un’accusa, che vista con gli occhi di oggi, apre ulteriori scenari: «Qualcuno mi ha tradito». La domanda è, oggi, perché i due ex colleghi di abbiano aspettato circa 17 anni per fornire questo elemento. Ma è una domanda finora senza risposta. Come è senza risposta in che modo sia scomparsa dall’archivio prove della Corte di Assise di , una carta sim di Ciancimino in cui erano tracciabili i collegamenti con almeno un uomo dei servizi implicato nella trattativa fra e . La trattativa che forse creò i presupposti per l’eleminazione di Paolo . E allora andiamo a ricostruire di che cosa si parla oggi, a 17 anni di distanza. Secondo Ciancimino jr, a «farsi sotto» furono i , quando a fine giugno ’92 il capitano De Donno contattò, durante un viaggio aereo da a , Massimo Ciancimino per chiedergli di convincere suo padre a incontrare il generale Mario Mori e aprire una fase di dialogo e di scambio con Riina. Questa fase iniziale ha anche dei riscontri processuali. Ciancimino accettò e anche Riina si rese disponibile. Quello che si ipotizza ora, invece, è che ci siano stati “pezzi dei servizi” che, per accelerare il processo di trattativa in corso, esercitarono pressioni su Riina per mettere in atto la strage di e uccidere che, sempre secondo una delle ipotesi di indagine, si era posto “di traverso” nel naturale svolgimento della trattiva. Poi nell’autunno si apre una seconda fase della trattativa, che dopo si era bloccata invece che essere facilitata, in cui compare un nuovo personaggio, Bernardo “Binnu” Provenzano da tempo in disaccordo con Riina e la sua strategia stragista. Un’ipotesi, sempre più accreditata, vuole che una sorta di “patto” viene siglato e che Binnu consegni di fatto Riina ai , indicandone il covo e la rete di protezione. Questa ultima ipotesi, ovvero uno scenario in cui Riina e Provenzano sono diventati non solo avversari ma addirittura nemici, è confermato dalla testimonianza di una pentita di , Giusy Vitale, che parla di un progetto anni dopo di Riina di far uccidere Binnu reo del tradimento e di una riapertura all’ala della , gli “americani”, sopravissuti alla guerra di voluta e condotta da Riina stesso. E sembra che anche oggi, con alcune dichiarazioni di Ciancimino, sia sul tavolo degli inquirenti il caso del “tradimento” di Provenzano e della sua collaborazione con chi lo catturò di lì a poco: i del generale Mori e di Ultimo, che però dimenticarono di perquisire il covo di Riina per settimane (e per questo Mori e il sui vice Obinu sono sotto processo) consentendo a Leoluca Bagarella di prelevare l’archivio del boss arrestato. Archivio che, secondo alcuni pentiti, poi andò nelle mani di e che tuttora sarebbe in custodia del boss di Castelvetrano.

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