Dopo Lula è donna il futuro del Brasile
Manca un anno alle elezioni presidenziali del Paese strategicamente più importante dell’America Latina (si voterà il 3 ottobre 2010). Ed è già tempo di bilanci sui due mandati del “presidente sindacalista”, fatti di luci e di ombre ma che di sicuro hanno cambiato economicamente e politicamente in meglio la realtà brasiliana. Marina Osmarina da Silva e Dilma Rousseff sono già in campo. I pro e i contro di queste due candidature del fronte progressista
Di Pietro Orsatti su Terra della domenica
C’è un luogo in Brasile che rappresenta, da decenni, il cambiamento. Già dagli anni della dittatura militare e poi, dopo, della democrazia élitaria un po’ destra populista e un po’ socialdemocrazia imprenditoriale, che ha preceduto la prima vittoria di Lula alla presidenza della Repubblica nel 2002. Il luogo è l’Abc, la grande area industriale di São Paulo, principalmente metalmeccanica, metropoli a ridosso alla megalopoli dell’altipiano. Abc significa sindacato e autodeterminazione, significa Cut (il più grande sindacato dell’America Latina) e Pt (Partito dei lavoratori).
Due colossali organizzazioni fondate e guidate da un operaio con un dito in meno, perso in un pressa, con un fratello morto di denutrizione cronica, e con mesi di latitanza con un mandato di cattura della giunta militare sulle spalle.
L’Abc è un luogo di lavoro e assemblee, di movimenti e progetti. È qui dove è cresciuto Lula, migrante con la sua famiglia dal poverissimo Stato del Pernambuco. Luiz Inácio Lula da Silva (il soprannome “Lula”, calamaro, se l’è guadagnato da bambino sui campi da pallone) ha rappresentato, con tutte le possibili contraddizioni emerse nei suoi due mandati presidenziali, il cambiamento in Brasile. Azzeramento del debito estero, affermazione del Brasile come uno dei Paesi chiave del Terzo millennio, crescita economica seconda solo a Cina e India, autarchia energetica con investimenti colossali sia sul piano delle energie rinnovabili (solo nell’ultimo biennio) e soprattutto sulla produzione di biocarburanti. Ma non solo. Il suo “regno” ha intaccato duramente lo status quo sociale brasiliano. Con i programmi di alfabetizzazione, con i sussidi e i programmi alimentari di Fame Zero (campagna guidata per i primi anni da Frei Betto), con progetti e incentivi al cooperativismo e alla piccola impresa collettiva, con l’avvio di una parziale riforma agraria (che comunque è riuscito far inserire nella Costituzione). E poi i diritti. Delle minoranze, delle donne, dei minori, dei lavoratori. Il Brasile negli otto di anni delle due presidenze di Lula è cambiato enormemente. E tutto è cominciato qui, nella Abc, nelle aree di São Bernardo do Campo e Diadema, in clandestine riunioni del sindacato dei lavoratori metalmeccanici.
Defezioni e nuove alleanze
Il Brasile è cambiato e con lui Lula, il suo presidente. Accanto all’operaio metalmeccanico, sindacalista e dirigente del Partito dei lavoratori salito ai vertici dello Stato latinoamericano non ci sono più due degli uomini che ne consentirono l’elezione. Da un lato si è allontanato, in disaccordo con le politiche economiche del governo, l’uomo dell’anima, il teorico di Fame Zero, il teologo della liberazione Frei Betto; dall’altro lato è stato costretto a dimettersi, per uno scandalo su finanziamenti illeciti al Pt, José Dirceu, l’uomo senza volto, fuggito a Cuba nei primi anni Settanta e qui sottoposto a chirurgia plastica per poi essere reintrodotto in Brasile sotto mentite spoglie. Dirceu è colui che forse più di tutti ha costruito l’ascesa di Lula, impiantando attorno la figura del presidente un partito popolare come il Pt. Ognuno di loro, Betto e Dirceu, rappresentano la lotta alla dittatura militare e la nascita di questo nuovo colosso economico e politico di 200 milioni di abitanti. I due uomini, quello dei movimenti e quello del partito, sono tuttora i simboli della dualità del presidente. E sia Dirceu che Betto, nonostante negli ultimi anni si siano schierati su posizioni profondamente diverse sul piano economico, hanno su di sé la responsabilità anche della mutazione “moderata” del presidente. Uno, Betto, per contrasto; l’altro, Dirceu, per tattica.
Sono loro, e non solo, gli uomini che hanno costruito un consenso nelle classi popolari e anche nel ceto medio alto mai registrato in Brasile. Un consenso che per otto anni è cresciuto, si è consolidato, nonostante crisi e scandali, attacchi e spaccature. Perché Lula è riuscito, nel bene e nel male, a farsi da collettore e mediatore fra bisogni e crescita, sviluppo e inclusione sociale. Lula ha dalla sua una capacità: la velocità dell’azione. E il carisma, che però cerca di tenere abilmente in secondo piano temendo di precipitare nel populismo.
Oggi, alla fine del suo mandato, il presidente brasiliano ha deciso di fare una scelta che, per un Paese machista e ancora profondamente classista, può essere il suo più grande contributo alla crescita democratica non solo brasiliana. Una donna. La lotta alla successione, infatti, è fra due donne diversissime fra loro ma entrambe con una carica carismatica e di consensi inimmaginabile: la prima è la “india” Marina Osmarina da Silva, ministro dell’Ambiente, allieva di Chico Mendez, ambientalista dello Stato di Amazzonas, sindacalista della Cut e da pochi mesi passata ai Verdi; la seconda è l’economista Dilma Rousseff, attuale ministro della Casa Civil, il Ministero dell’Interno brasiliano, con una carriera tutta interna al Pt di cui è stata una delle co-fondatrici nel 1980.
Se la prima viene considerata dalle gerarchie del partito troppo “radicale” e troppo incline a farsi condizionare dai movimenti sociali, la seconda ha subito una battuta di arresto per uno scandalo causato dall’uso irregolare di carte di credito da parte di suoi collaboratori al Ministero che dirige e per aver confezionato, illegalmente, un dossier per screditare il predecessore di Lula, il presidente Cardoso. La scelta non è facile. La da Silva garantisce il consenso dei movimenti sociali urbani e agrari (e si tratta di decine di milioni di voti), la seconda assicura la “tenuta” del partito e il consenso del settore produttivo e finanziario che ha trovato, in otto anni di mandato, un partner formidabile in Lula.
Scrive il teologo Leonardo Boff, altra “anima” della rivoluzione di Lula: “Il successore non potrà accontentarsi di continuare sulla stessa via. Bisogna introdurre cambiamenti. E il grande cambiamento avvenuto nella realtà e nella coscienza dell’umanità è che la Terra è cambiata. Il riscaldamento globale non può più essere fermato, ma appena ritardato. E il Brasile sarà decisivo per l’equilibrio del pianeta». Se per il dopo Lula ci fosse il bisogno di altrettanta passione di quella che lo portò alla presidenza, la scelta sarebbe già fatta: Marina.
























come vedi la destra sta rosicando in brasile di fronte a un uomo con 9 dita ma con 3 palle