Una cronaca da insabbiare

16/10/2009
By Pietro Orsatti

Parla Paride Leporace, ex direttore di Ora, costretto a lasciare per le inchieste sulle collusioni tra politica e criminalità organizzata. E un caso da nascondere a tutti i costi: l’omicidio Fortugno

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

C’è una storia che nessuno ha raccontato fino in fondo. Si è preferito dimenticarla nel cassetto della . È la storia della nascita e dei primi anni di vita di Ora, quotidiano nato ufficialmente nel marzo 2006, tuttora in edicola ma con direzione, corpus redazionale e piglio giornalistico totalmente diverso da quello proposto dal suo primo direttore, Paride Leporace, costretto in qualche modo a dimettersi e perfino a cambiare regione per continuare a lavorare, solo un anno dopo la pubblicazione del primo numero del giornale. Il clima attorno alla sua direzione, nonostante i grandi successi, mutò infatti radicalmente in brevissimo tempo, come racconta lui stesso.

«Il primo caso di ingerenza si è verificato quando uno dei due editori, Citrigno, venne condannato per usura e io pubblicai la notizia – racconta Leporace -. Poi uscì una grossa inchiesta in cui era coinvolto un politico di Forza . La vicenda avveniva in un ristorante dove si incontrava tutta la politica calabrese. Uno degli editori mi chiese di non mettere il nome di questo politico in prima pagina. Io dissi che o si mettevano tutti i nomi o non si usciva proprio. Quello fu uno dei primi veri contraccolpi». E poi c’era la questione delle amicizie bipartisan degli editori che pesavano sempre di più con il montare delle inchieste di . «Eravamo agli inizi – continua l’ex direttore – e immaginai che di lì a poco non avrei più potuto reggere la situazione. Non mi è mai chiesto di non intervenire e non pubblicare quello che veniva alla luce dalla Procura di Catanzaro ma conoscendo i rapporti molto stretti, di vicinanza, dei miei editori con Nicola Adamo (vicepresidente con delega al Bilancio della giunta Loriero ed esponente di spicco dei Ds proveniente dal vecchio Pci, ndr) e con vari ambienti dei Ds, era inevitabile che il giornale su quel terreno non avrebbe avuto spazio e che io avrei avuto problemi, perché anche sul centrosinistra si stava cominciando a indagare a Catanzaro».
Ma ritorniamo agli inizi della storia del giornale. Fin dalle prime uscite fu un successo sia dal punto di vista delle vendite che da quello dei consensi. Un taglio, quello offerto da Ora, assolutamente nuovo nel panorama giornalistico calabrese.

Aggressivo, puntuale, attento alla notizia, senza padroni politici. Ma il padrone c’è. È l’amministratore delegato Fausto Aquino, vicepresidente nazionale della Piccola industria con accanto Piero Citrigno, direttore generale della società editoriale Cec Sc. Nel tempo, la Cec ha acquisito due marchi importanti, storici. Quello del giornale siciliano L’Ora e quello del romano Paese Sera. Oggi, tanto per renderci conto di cosa parliamo, la società che edita Ora si chiama proprio Paese Sera.
A pochi mesi dalla prima uscita, il 6 maggio 2006, la redazione del quotidiano diretto da Leporace venne perquisita su mandato del pm di Reggio , Domenico Galletta. Il giornale aveva pubblicato a puntate la relazione, stilata da una commissione che si era insediata dopo l’omicidio di Francesco Fortugno, che portò l’Azienda sanitaria di Locri allo scioglimento per infiltrazioni mafiose. «Con la pubblicazione della relazione – racconta Leporace – c’è il decollo del giornale. Un paradosso, guardando la vicenda con gli occhi di oggi, è che anche per l’editore fu un momento importante. Tutti ci dicevano, al momento della presentazione del giornale, che ci avrebbero fermati proprio per il tipo di editori che avevamo». E al secondo giorno di pubblicazione, la Digos arriva in tutte le redazioni locali alla ricerca del file della relazione segreta. «Ce la siamo venduta bene quella notizia – spiega – iniziando una battaglia di libertà con una risposta anche a livello nazionale. In quel momento in molti hanno capito che facevamo sul serio».
E non lo hanno capito solo i lettori. Sempre sotto mandato della magistratura, il 4 novembre la postale notificò alla redazione e al direttore un decreto di acquisizione di tabulati telefonici e informatici relativi al traffico di posta elettronica di due indirizzi email del giornale. Di conseguenza, Leporace si rivolse alla Federazione nazionale della perché venisse tutelato il diritto dovere di cronaca del suo quotidiano. E iniziarono anche le della criminalità organizzata. «Di sicuro, in quel momento, molti di quei poteri forti che potevano temere il nostro giornale – prosegue il giornalista – si sono dovuti confrontare con noi e con le notizie che pubblicavamo. Come quando denunciammo che in un Consiglio regionale stava per passare una norma liberticida sulla trasparenza degli atti. Anche in quel caso ci fu una “soffiata” giusta. L’abbiamo messa in prima pagina in maniera urlata, e attorno al giornale si è creato un di associazioni e autorità che hanno avviato una battaglia contro il Consiglio regionale più inquisito d’».

È subito dopo questa vicenda che emergono fratture fra direzione e editore. «Stavamo lavorando sul livello della collusione e alle risposte che erano state date fino a quel momento su Fortugno – prosegue l’ex direttore -. Non ci siamo mai fermati alla criminalità, al livello militare. Facemmo immediatamente una battaglia sulle collusioni. In quel momento sentivo la fiducia degli editori perché da imprenditori molto scaltri, per essere buoni, sentivano che quella era la linea che serviva a far crescere il giornale. Ma non essendo uno stupido sapevo che prima o poi qualcosa sarebbe successo». Una tempesta che lo ha portato alle inevitabili dimissioni. Ed ecco che arrivano i primi scontri, mai evidenti, sempre sotto traccia, e il clima che diventa insostenibile. È il tempo di “Why not”, delle inchieste di , del disvelamento dell’intreccio fra affari e politica in . E Leporace è potenzialmente un pericolo, la sua indipendenza è la sua principale colpa. «Durante un famoso convegno fui letteralmente aggredito da molti colleghi. Capii che il clima era mutato e che mi stavano facendo terra bruciata attorno». Quindi le dimissioni, e il trasferimento a Potenza e la direzione del Quotidiano della Basilicata. Quasi una fuga, o meglio, un esilio.
«Sentivo che non potevo più lavorare in . Ormai ci torno solo per qualche iniziativa pubblica. È assurdo. Io non sono mai uno che si è andato a sedere ai tavoli del potere, ho sempre e solo cercato le notizie. Rischiando di fare la figura del cretino, non mi sarei mai aspettato una tempesta del genere».

Sullo sfondo della vicenda personale e professionale di Leporace non c’è solo l’ombra delle inchieste di , dell’insieme di connivenze e di gruppi di potere. C’è anche il peso del caso Fortugno e delle terribili commistioni che sono emerse, non ancora del tutto, su questo omicidio. «Il presequel è questo – spiega Leporace – e nasce molto indietro nel tempo. Due famiglie, due filoni che si contrastano fin dai tempi della Democrazia cristiana, fino agli equilibri di oggi con i Filogamo approdati a Forza e i Laganà alla Margherita, e poi la figura di questo brav’uomo che è Fortugno che si trova in mezzo a questa cosa. E alla fine ne diventa la vittima nei modi che conosciamo. Diciamolo alla Pasolini, io non ho le prove ma qualcuno secondo me ha promesso nella campagna elettorale precedente cose che poi non sono state rispettate. Per me rimane sempre emblematico che a giugno disse che ci sarebbero stati omicidi eccellenti in . È qui la chiave della vicenda. Le minacce a Loriero, Loriero che va da , e che fa la Sibilla, e poi, puntualmente, accade ciò che aveva predetto». La criminalità organizzata, il braccio militare, che uccide il politico nel seggio delle primarie dell’Unione.

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4 Responses to “ Una cronaca da insabbiare ”

  1. Domenico Ammendolea on 17/10/2009 at 10:56

    Ho sempre saputo che Paride Leporace non aveva lasciato il giornale “sua sponte”. Uno con la schiena così dritta è pericoloso.

  2. fabio on 17/10/2009 at 18:31

    Essendo l’unico giornalista serio che la Calabria ha non poteva che pagare di persona, come tutti gli eretici che però anticipano i tempi e cambiano la storia.

  3. anna on 18/10/2009 at 11:44

    In Calabria è difficile lavorare se non hai appartenenza … addirittura voler fare il giornalista poi , non ne parliamo … vera utopia.

  4. pietro on 13/02/2010 at 16:29

    USURA: L’EDITORE DI “CALABRIA ORA” PIETRO CITRIGNO CONDANNATO A 4 ANNI ED 8 MESI. ED IL GIORNALE NASCONDE LA NOTIZIA….

    Nuovo atto dell’inchiesta anti-usura “Twister”. La Corte d’Appello di Catanzaro ha definito martedì 9 febbraio 2010 l’ultima posizione rimasta al vaglio dei giudici di secondo grado,
    aggravando la pena inflitta in primo grado a Pietro Citrigno, l’imprenditore casentino, editore del giornale Calabria Ora. Citrigno era rimasto coinvolto nella maxi-operazione del 2004 condotta dai carabinieri e dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro contro un’ organizzazione che gestiva un vasto giro di usura a Cosenza.
    Il processo di primo grado a carico di decine di imputati si concluse il 15 dicembre del 2006 davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Cosenza, con diciotto condanne, tra le quali quella di Citrigno al quale fu inflitta una pena di 3 anni e 8 mesi di reclusione.
    La difesa dell’imprenditore ed anche la Procura della Repubblica hanno proposto appello, chiedendo rispettivamente l’assoluzione dell’imputato la prima e l’aggravamento della condanna la seconda. Il collegio di secondo grado (presidente Fabrizio Cosentino,
    consiglieri Francesca Garofano e Maria Teresa Carè) ha ritenuto l’editore di Calabria Ora Pietro Citrigno responsabile del
    reato di usura, revocando anche la prescrizione di tre specifici episodi sancita in primo grado, ed ha rideterminato così la pena in 4 anni e 8 mesi di reclusione, 10 mila euro di multa ed il risarcimento alle parti civili da liquidarsi in separata sede (erano costituiti Giuseppe Cappai con l’avvocato Giuseppe Vuono e Francesco De Luca con l’avvocato Roberta Perrelli).
    Con l’operazione “Twister” si è fatta luce su un’ associazione a delinquere capace di tenere mezza città di Cosenza in pugno con prestiti usurari che hanno creato una vera e propria economia parallela.
    Nel marzo del 2009 l’inchiesta “Twister” è passata anche dal giudizio della Corte di Cassazione.
    Lo zoccolo duro dell’inchiesta “Twister” è costituito da centinaia di intercettazioni telefoniche ed ambientali, accertamenti bancari e dalle ammissioni di alcuni imprenditori costretti dagli strozzini a pagare cifre da capogiro dopo aver ricevuto dei prestiti.

    Dove ha collocato la notizia della condanna del suo Editore, mercoledì 10 febbraio 2010, il giornale Calabria Ora diretto da Paolo Pollichieni? In un trafiletto nella penultima pagina delle notizie regionali, in basso a sinistra, seminascosto e senza alcun cenno nel titolo al nome di Citrigno. Ecco nelle mani di chi è, purtroppo, una parte dell’informazione calabrese. Quale
    informazione libera e senza padroni potrà mai garantire un quotidiano che ha il suo Editore condannato a 4 anni ed 8 mesi per usura?

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