ottobre 23, 2009 | In: Approfondimenti, Articoli, Dall'Italia, Inchieste
I Ros non si fidavano della Procura di Palermo. Frammenti di trattativa
Papello – Compaiono altre carte, un capitolo di un libro di Ciancimino e la memoria del prefetto Mori
di Pietro Orsatti su Terra
Ormai non passa giorno senza che non saltino fuori nuovi frammenti di verità sulla vicenda della presunta trattativa fra Stato e mafia. Un fatto ormai poco “presunto” e invece molto concreto visto il numero dei documenti e delle testimonianze. Ieri sono comparsi altri due documenti. Il primo, la memoria scritta consegnata dal prefetto Mario Mori nell’udienza del 20 ottobre del processo che lo vede imputato insieme al colonnello Obinu, accusati di favoreggiamento
aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, piccola località in provincia di Palermo. Il documento ripercorre, però nel dettaglio, la versione già fornita in aula dall’ex alto ufficiale dei Ros.
L’altro, comparso su un sito web (www.censurati.it), è uno dei capitoli del libro, mai pubblicato, Le mafie, di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo. Tredici pagine, tredici fotografie, scritte a mano, autografe, già conosciute dall’autorità giudiziaria sin dal marzo 1993, quando erano state lette e copiate nel verbale di interrogatorio avvenuto
nel carcere romano di Rebibbia davanti al procuratore capo di Palermo di allora, Giancarlo Caselli, e al sostituto Antonio Ingroia. I due documenti raccontano, specularmente distorti, due facce della stessa medaglia. In una delle versioni c’è Vito Ciancimino che racconta di voler portare a “casa” una sorta di tregua, con incontri (il primo, casuale, fra suo figlio Massimo e l’allora capitano Di Donno, come ha raccontato Ciancimino jr in questi mesi). In realtà questi documenti non smentiscono che un “approccio” ci sia stato, e che Ciancimino andasse a tenere incontri attorno a una possibile trattativa «con un intermediario-ambasciatore», fantomatico personaggio senza nome che più volte Massimo Ciancimino avrebbe identificato con il medico boss Antonino Cinà, all’epoca vicinissimo a Toto Riina. Il documento di Vito non dice che ci sia stato passaggio di carte. Mori, invece, nella sua memoria lo nega categoricamente. E se da un lato si capisce che l’ex sindaco si sia sentito usato e tradito dai Ros (il suo arresto
sarebbe infatti avvenuto a poche ore dall’ultimo incontro con Di Donno), Mori racconta che gli approcci erano tutti
indirizzati a cercare di individuare gli stragisti latitanti e ad arrestarli, come del resto poi rivendica (giustamente) l’arresto di Riina. Ma invece di depotenziare la carica dei documenti e della testimonianza portati da Massimo Ciancimino, i due frammenti “di verità” amplificano di fatto l’attenzione sul dettaglio di quelle altre carte, di quelle registrazioni ancora non depositate in Procura e che dimostrerebbero uno scenario del tutto diverso, in particolare per quanto riguarda le coperture dell’operazione intessuta dai due ufficiali dei Ros. Mori, ad esempio, spiega che quando Violante gli chiese se la magistratura era a conoscenza dei contatti che stava avendo con Ciancimino, lui gli rispose di no, appellandosi al diritto della riservatezza delle fonti. E in un passaggio della memoria si legge che questo tipo di atteggiamento era dovuto al consiglio datogli proprio da Paolo Borsellino «di non fidarsi»
dell’ambiente giudiziario palermitano.

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