Intervista a De Magistris: «Politica, spesa pubblica, mercato del lavoro: il groviglio Calabria»
«Il centrodestra è sicuramente più inquinato, ma il centrosinistra da parte sua non si può tirar fuori». Luigi De Magistris, ex giudice della Procura di Catanzaro e attualmente europarlamentare, racconta tutto ciò che non è cambiato nella realtà calabrese a un anno di distanza dalle polemiche che sollevarono le sue inchieste sui rapporti malaffare-politica. Neppure l’omicidio Fortugno del 2005 ha segnato una discontinuità
di Pietro Orsatti su Terra della domenica
A poco più di un anno dalla tempesta che travolse la Procura di Catanzaro, prima, e quella di Salerno, poi, Luigi De Magistris, oggi europarlamentare dell’Italia dei valori, dopo aver deciso di lasciare definitivamente la magistratura, parla di quella stagione e dell’epicentro di tensione che era e continua a rimanere la Calabria, la regione in cui per anni ha operato. Lo fa attraverso l’analisi dello scenario politico di oggi, rimasto nel tempo del tutto invariato. Lo fa attraverso lo studio di quel macrocosmo sociale che è questa terra. Lo fa attraverso la propria esperienza personale, denunciando anche a quale tipo di strategia fu sottoposto per essere azzittito, isolato, addirittura accusato e posto sotto inchiesta. Inchiesta dalla quale lui è uscito “pulito”.
Guardando negli anni è evidente che un corto circuito politico si sia innescato in Calabria. Omicidi eccellenti, collusioni, un potere della criminalità organizzata senza precedenti. Cosa è successo? E a che livello è oggi lo stato di commistione fra affari, politica e criminalità?
Il sistema di potere criminale riguarda la politica. I livelli di collusione con la criminalità organizzata in Calabria, sono innegabili ed evidenti. Francamente avrei anche delle difficoltà a fare dei distinguo fra centrodestra e centrosinistra. Il centrodestra è sicuramente più inquinato, ma il centrosinistra da parte sua non si può tirar fuori. C’è un sistema di potere che si fonda sull’affarismo più becero. Siamo davanti al condizionamento sistematico della politica sulla spesa pubblica e sul mercato del lavoro. Ci sono singoli personaggi, sia del centrodestra sia del centrosinistra, che negli anni si sono chiamati fuori da questo sistema. Ma ci sono molti più personaggi della politica calabrese che non si sono spesi assolutamente per far fronte anche a livelli evidenti di collusione con la criminalità organizzata. Io per la Calabria questa riflessione la farei. La ‘ndrangheta è diventata nel tempo un’organizzazione estremamente più complessa, potente e pericolosa di quanto ci si potesse aspettare. Non è un caso, per fare un esempio, che perfino Cosa nostra utilizzò, nel momento più duro dello scontro militare, le strategie politiche e militari della ‘ndrangheta. Perché questa è sempre stata più forte, a mio avviso.
In che senso?
Perché la ‘ndrangheta è profondamente istituzionalizzata. Perché ha avuto un tasso di pentiti minori, perché ha una cultura criminale profondamente radicata nel tessuto familiare e per questo è molto più difficile avere collaboratori di giustizia che parlano contro i propri parenti. Ma anche perché ha sempre portato avanti una strategia di penetrazione del tessuto politico e istituzionale.
Una penetrazione che se quindici anni fa si risolveva ancora all’interno delle due grandi famiglie politiche egemoni sul territorio, la Democrazia cristiana e il Partito socialista, oggi si sarebbe ridisegnata in un doppio intervento sia sul Pdl che sul Pd?
In parte si. Per capire dobbiamo spiegare alcune delle caratteristiche strategiche della ‘ndrangheta. Prima di tutto un forte “ponte” con Roma. Prima ancora di diffondersi nel resto del Paese, nelle istituzioni finanziarie e imprenditoriali del nord, Roma è stato il vero centro di potere delle ‘ndrine. Non ne abbiamo “culturalmente” una chiara percezione qui da noi, mentre perfino il governo statunitense ha inserito la ‘ndrangheta, nella classifica delle organizzazioni criminali più pericolose del mondo ai primi posti, perfino prima di Cosa nostra. A Roma, quindi, ha una struttura fortissima. I calabresi sono presenti dappertutto, sia dal punto di vista delle famiglie criminali che non. Loro hanno una capacità, attraverso una serie di anelli, che sono i loro uomini che stanno all’interno del mondo dei colletti bianchi, di arrivare dappertutto. Figuriamoci, tanto per fare un esempio, ottenere la revisione o l’archiviazione di un processo. L’aggiustamento di un processo è molto più naturale e semplice per la ‘ndrangheta, i canali che portano all’aggiustamento di un processo sono molto meno traumatici e molto meno complicati rispetto a Cosa nostra, rispetto alla camorra. Organizzazioni, queste, costrette a cercare di volta in volta nuovi referenti politici.
Nella storia degli ultimi anni della Calabria c’è una sorta di peccato originale, di momento simbolico di emersione di uno scenario: l’omicidio nel 2005 di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale. Cosa è successo dopo? Come è stato metabolizzato questo omicidio eccellente?
L’omicidio Fortugno è stato certamente un omicidio eccellente e sul quale è mia opinione che sia necessario capire bene gli scenari politici e di collusione tra politica e criminalità che sicuramente caratterizzano quel tipo di fatto. L’aspetto più significativo di tutta questa storia è che l’omicidio Fortugno non ha segnato una discontinuità politica.
Afferma quindi che non ci sono state ripercussioni sugli equilibri di potere?
Da questo punto di vista, non è stato un omicidio eccellente. Non è stato, tanto per fare un esempio, un omicidio come quello di Salvo Lima nel 1992 in Sicilia che ha mutato gli equilibri, addirittura ha provocato un terremoto per gli ambienti e le alleanze politico-mafiose. È stato un omicidio eccellente dal punto di vista del personaggio. Bisognerebbe capire perché è avvenuto quel tipo di omicidio senza fermarci alla superficie, capire fino in fondo. E soprattutto la morte del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria non ha alzato il livello di contrasto al crimine organizzato soprattutto in quelle sue forme più subdole, cioè i rapporti fra mafia e politica, mafia ed economia. Lo dimostra anche il fatto, andando sulla mia vicenda personale, che io quando mi sono occupato di fatti di quel tipo a Catanzaro sono stato trasferito. Non se n’è parlato all’epoca, ma fui io a esercitare le funzioni penali nei confronti di uno dei personaggi della giunta regionale di centrodestra proprio in riferimento alle denunce inascoltate di Fortugno.
Sembra quasi che chi si avvicina a sfiorare certi interessi, come in questo caso nella locride, debba pagarne poi un prezzo.
Quando inizi ad affrontare certi temi, andando poi a guardare anche la questione dei finanziamenti pubblici, ti ritrovi a subire di tutto. Il loro livello di penetrazione nelle istituzioni è tale che mettono in atto operazioni di ordinaria amministrazione per fermarti. Non hanno bisogno di fare operazioni belliche o operazioni in qualche modo traumatiche, ma mettono insieme un meccanismo tutto interno al crimine organizzato calabrese, al crimine dei colletti bianchi, per produrre un’azione di contrasto che è micidiale.
Un’azione che lei conosce bene visto quello che è avvenuto attorno alle sue inchieste degli scorsi anni.
Io l’ho vissuto sulla mia pelle questo clima mafioso. Anzi, meglio, questo clima massonico. La massoneria deviata in tutto questo ha giocato un ruolo fortissimo. Di ciò sono convinto, l’ho messo addirittura a verbale: la strategia che è stata messa in atto non solo nei miei confronti, ma proprio in modo scientifico e militare nei confronti di tutti i miei collaboratori, è un modus tipicamente massonico. Il fatto di decidere la disintegrazione di tutto un gruppo di indagine era una strategia che metteva in atto, per intenderci, la mafia di un tempo attraverso azioni militare, basti ricordare le ondate selettive di poliziotti, carabinieri e magistrati uccisi negli anni Ottanta. Così si decideva in questo modo di smantellare un’intera struttura investigativa. Adesso la medesima operazione, con metodi meno traumatici ma altrettanto violenti, l’hanno adottata per la mia vicenda. È stato una specie di laboratorio criminale oltre che politico.
Quindi non siete stati colpiti, per l’inchiesta “Why Not”, solo lei e Gioacchino Genchi?
Quando parlo di struttura investigativa e di “ambiente” parlo di vari ufficiali di polizia giudiziaria, quindi collaboratori di tipo tradizionale, consulenti, persone che hanno collaborato nelle varie istituzioni, testimoni, persone che hanno dichiarato, indagati che hanno rilasciato dichiarazioni, giornalisti che hanno riportato i fatti. Su di loro è stato fatto un lavoro scientifico. Un’operazione a tappeto. È una strategia, quella messa in atto, che consolida enormemente il potere mafioso ancora di più della strategia delle bombe. Perché la strategia delle bombe costringe lo Stato a fare qualcosa. Se ad esempio cominciavano ad ammazzare un poliziotto che lavorava con me, un consulente, qualcosa prima o poi si sarebbe dovuto muovere.
Non era solo “Why Not” a fare paura, era l’insieme di tre inchieste. “Why not” appunto, e poi “Poseidone” e “Toghe lucane”.
Non solo, c’erano anche altre indagini che facevano paura. Io per esempio ho fatto indagini sulla Sorical, questa società mista pubblico-privato che molto ha avuto a che fare anche con ambienti delle locride. Le inchieste erano tante. Poi alla fine sono diventate pubbliche quelle tre che lei citava, ma era un modo di lavorare che preoccupava: la mia strategia di lavoro di accerchiamento basata anche sulla conoscenza che io avevo del fenomeno criminale in Calabria e delle sue ramificazioni. Ed ero partito dal basso, con indagini che piano piano avevano inquadrato il fenomeno e questo preoccupava enormemente.
Anche la sua rimozione di fatto da Catanzaro e lo smembramento delle sue inchieste è stato, alla fine, senza conseguenze sul piano politico istituzionale?
È così. Non è cambiato nulla. La politica non ha avuto alcun contraccolpo. Guardiamo, ad esempio, quello che sta succedendo dentro il Pd calabrese. Si va a una riconferma di Loriero, che visto il numero di voti che porta il partito non ha intenzione di perdere, e tanti personaggi, come D’Adamo,continuano a ricoprire lo stesso ruolo di prima.
























[...] (orsatti.info) Commenti (0) [...]