CASO MARRAZZO – dossier a orologeria
di Pietro Orsatti su Terra
Sulla vicenda Marrazzo, dopo la sua autosospensione e il clamore che ha causato alla vigilia delle primarie per l’elezione del segretario del Pd, rimangono solo le domande. E sono tante, perché tutta questa vicenda è poco chiara. A partire dal luogo dove è avvenuta. È risaputo che nella zona di via Gradoli – si tratta di qualcosa di più di alcuni “rumor” – non valgono le normali leggi del mercato immobiliare. Praticamente l’area è sotto controllo diretto di più di un pezzo dello Stato, dalle forze dell’ordine ai servizi. Anzi, soprattutto i servizi. A via Gradoli venne “scoperto” uno dei più discussi covi delle Br. Ci sono migliaia di pagine processuali e giornalistiche al riguardo. E, di conseguenza, la prima domanda: è possibile che un trans affitti o acquisti o si faccia prestare una casa a via Gradoli senza l’assenso di qualcuno di questi apparati? E visto che, a quanto risulta, questo tipo di “contratto di locazione” sarebbe impossibile senza la collaborazione di qualcuno dei suddetti apparati, chi e per quale ragione
ha dato l’uso dell’appartamento al transessuale? La zona di via Gradoli è una delle più sorvegliate (e spiate) della Capitale.
Ma non è finita qui, assolutamente. Il ricatto si sarebbe attuato fra fine giugno e i primi di luglio scorsi. Per ordine di chi si sorvegliava e seguiva Marrazzo? Se diamo per assodato che la casa in questione era un luogo sul quale alcuni pezzi di apparati dello Stato sapevano praticamente tutto, qualcuno doveva avere l’interesse di attuare quell’azione di pedinamento. Gli stessi quattro carabinieri arrestati hanno fatto intendere che si trattava di un’operazione nata da ordini superiori, che c’era una vera e propria catena di comando che, ora, avrebbe deciso di scaricarli. Quindi la domanda conseguente è: chi ha chiesto l’operazione, chi l’ha ordinata, a chi e a cosa serviva? E poi, di conseguenza,ì davvero i quattro carabinieri erano dell’antidroga e, se sì, da quanto? Poi c’è la questione degli assegni pagati da Marrazzo e che, sembra, non siano stati mai incassati. Anche questo dettaglio sembra puzzare di zolfo. Come qualche dubbio rimane sulla presunta telefonata del premier al presidente della Regione Lazio su “un video” che circolava su di lui.
Antica abitudine delle classi dirigenti italiane: il dossieraggio. Avere dossier, manipolarli, costruirne di falsi, raccogliere informazioni. A un unico fine. Il ricatto. Antica arte, che si associa sempre all’intimidazione. A volte viene da sospettare che questo Paese si tenga in piedi grazie al ricatto. «Io ho informazioni su di te, tu le hai su di me, quindi siamo alleati». O forse, più semplicemente, non belligeranti.
Si è tenuto in piedi questo Paese grazie ai ricatti, al doppiogiochismo e, perché no, grazie ai servigi di servi dello Stato profondamente infedeli. La storia delle stragi, a partire da quella di piazza Fontana fino al rapimento di Aldo Moro ci raccontano
questa storia.
























So della storia degli appartamenti di Via Gradoli per quello che ho potuto trovare in rete (più i film e i libri) Quello che dà più credito all’ipotesi che il Sisde fosse il reale proprietario dei vari appartamenti di Via Gradoli (il 96 e altri sempre nella stessa strada) è l’arcinota storia della telefonata anonima che avvisava del covo delle br e la conseguente perquisizione di tutti gli appartamenti del civico 96 tranne quello in cui si trovava prigioniero Moro poi, nell’anno successivo all’omicidio, l’acquisto da parte dell’allora capo del sisde Vincenzo Parisi di alcuni appartamenti in via gradoli e di altri negli anni successivi compresi 2 al civico 96 di via gradoli tutti poi (credo) intestati alle figlie. Com’è possibile allora che a 30 anni di distanza questi utilizzino ancora le stesse arcinote sedi? La faccenda puzza sotto molti aspetti. Che questo paese di m.. si regga su patti e ricatti e papelli è storia nota, quello che è ancora mi è ignoto è quanti morti ammazzati quanta merda e quanto sangue ancora occorrono per colmare la misura?