L’Italia è in ginocchio tra economia in rosso e crisi istituzionale Ma l’informazione non la racconta

08/11/2009
By Pietro Orsatti

«Il numero di imprese che hanno difficoltà cresce, e anche se fosse solo il 5 per cento si tratterebbe di 250mila aziende che sono a grandissimo rischio di sopravvivenza», annuncia Corrado Passera. «Sono 50-60mila le imprese che rischiano la chiusura di qui a fine anno», aggiunge Ivan Malavasi, presidente della Confederazione nazionale dell’artigianato. E la Commissione europea per la programmazione economica prevede più disoccupazione fino al 2011. A dare notizia della realtà ci pensa solo l’esercito del Web?

di Pietro Orsatti su Terra della domenica

Dal 1969 in poi, ogni qualvolta si presenti una fase di difficoltà di rapporti fra le parti sociali e il al termine dell’estate, si parla di “autunno caldo”. E lo sapevamo, anche quest’anno, che quello che stiamo vivendo sarebbe un autunno decisamente caldo. Ma non solo per quanto riguarda gli aspetti strettamente economici, ma anche e soprattutto dal punto di vista politico. Troppi nodi stanno arrivando al pettine. Iniziando dal punto di vista giudiziario, da quello dei doppi e tripli ricatti. Ci aspettavamo minacce e rivelazioni, dossier e contro-dossier. Come ci aspettavamo che l’, ormai decisamente schierata e con tanto di elmetto in testa, venisse utilizzata come arma nei confronti di una parte o di un’altra. Tutto si è svolto come da copione. Ci aspettavamo tutto questo perché la fotografia di questo Paese ci mostra un’ profondamente divisa, sia dal punto di vista culturale e politico sia dal punto di vista territoriale ed economico.
Mentre le aperture dei giornali e dei Tg continuano a concentrarsi, anche morbosamente, su scandali, dossier, polemiche tutte interne solo alla classe dirigente, va in scena tutt’altra realtà. Quella degli effetti devastanti della crisi economica: milioni fra disoccupati e cassaintegrati, l’intero impianto produttivo (compreso quello piccolo e medio storicamente motore dell’ nazionale) che rischia il collasso e la banca rotta, spaccatura ormai apparentemente irrecuperabile delle forze sindacali (la firma separata di accordi non è più un’eccezione ma la regola), un’ da un lato residuale e dall’altro in cerca di un’identità che sembra ora del tutto impalpabile e probabilmente, domani, impraticabile (le contraddizioni all’interno del sono innumerevoli, ben oltre già alle macroscopiche discrasie del sostegno a Bassolino e Loriero) che sembra assolutamente inadatta ad affrontare le conseguenze della crisi e a individuare soluzioni praticabili. Non trovano spazio sui media nazionali la manifestazione del 6 novembre della Fiom a Bergamo. Non trovano spazio i lavoratori di Arese – Fiat – costretti a bloccare l’autostrada A8 per richiamare l’attenzione sulla minacciata chiusura dello storico stabilimento, e i conseguenti 1.000 lavoratori a casa. E poi i lavoratori Merloni, azienda di elettrodomestici che ha dato lavoro a tutta l’area appenninica umbro-marchigiana, con 7000 addetti, oggi in controllata, e arrampicati sulla torre del Campanaccio di Nocera Umbra nel perugino per urlare che «la Merloni deve vivere». E ancora i dipendenti della Agile-Eutelia, 1200, impegnati in una lotta da mesi che richiedono la «convocazione della presidenza del consiglio dei ministri». E i lavoratori Phonemedia, azienda che si occupa della gestione dei call center, quasi 7000 dipendenti, a dover chiedere un tavolo al ministero dello Sviluppo economico per sapere dove sono finiti sei mesi di stipendio arretrati, e anche i lavoratori Abs, Apparecchiature Bruciatori Speciali di Cologno Monzese, in assemblea permanente. E anche, nonostante l’azienda non stia navigando nelle peggiori acque, i 5.700 lavoratori in esubero della Nokia-Siemens con una riduzione dei costi di ben 500 milioni di euro l’anno. Questi solo alcuni degli esempi di conflitti in atto nel nostro Paese ma che il pubblico non conosce se non sul piano locale, fenomeni che nessuno mette in relazione all’interno di un quadro generale.

Una brutta Seconda Repubblica

E poi c’è l’evento madre della nascita della Seconda Repubblica, che emerge oggi con chiarezza dalle inchieste sulla trattativa fra e , dall’intreccio incredibile che condusse alcuni poteri palesi e altri occulti a ricercare una soluzione praticabile di continuità e percorrerla anche attraverso l’illegalità, l’inganno, il patto innominabile. La Seconda Repubblica, leggendo le carte dei processi, le testimonianze, i ricordi tardivi di tanti dei protagonisti di allora (e di oggi) non è mai nata. Quella in cui stiamo vivendo, questa ormai è la sensazione sempre più diffusa, è l’effetto di un camuffamento di quei poteri che portarono al collasso di Mani Pulite, delle stragi del 1992-1993, dell’implosione (solo apparente) del sistema partitico, della liquidazione del pubblico non verso una privatizzazione ma una liberalizzazione selvaggia e speculativa che ha di fatto liquidato un intero sistema economico che, nel bene e nel male, aveva tenuto in piedi il l’ per più di quarant’anni.
Cosa c’entra il biennio 1992-1993 con la crisi economica? Nulla, direttamente, ma su come l’ si trova ad affrontarla oggi molto. In un Paese che si è lentamente de-industrializzato, con un debito pubblico immenso, con una classe e amministrativa dedita soprattutto a conservare i propri privilegi, è inevitabile che una crisi economica e finanziaria mondiale abbia effetti devastanti. Soprattutto perché è giunta e si è sviluppata in un sistema, quello italiano, del tutto impreparato.
«Il numero di imprese che hanno difficoltà cresce, e anche se fosse solo il 5 per cento si tratterebbe di 250mila aziende che sono a grandissimo rischio di sopravvivenza». Questa l’ipotesi avanzata dall’amministratore delegato di Intesa SanPaolo Corrado Passera due giorni fa durante un convegno. I media non ne hanno praticamente parlato nonostante l’amministratore delegato di uno dei gruppi bancari più importanti del Paese fotografasse, con chiarezza, gli effetti della crisi economica internazionale in . A fargli da “spalla” il presidente della Cna (Confederazione nazionale dell’artigianato), Ivan Malavasi, che ha indicato un dato allarmante. Secondo lui, infatti, sono 50mila-60mila le imprese che rischiano la chiusura di qui a fine anno.

Domande di fine autunno
La Commissione europea per la programmazione economica ha presentato a Bruxelles il per le previsioni economiche d’autunno, nel quale si prevede che l’asticella della disoccupazione salirà nell’Eurozona dai 9,5 del 2009 ai 10,7 del 2010 per arrivare ai 10,9 del 2011. Incredibile che queste dichiarazioni non abbiano trovato, sui grandi media nazionali, il giusto rilievo. Anzi sono state quantomeno camuffate all’interno di pastoni rassicuranti, se non addirittura ignorate. Ignorate, temiamo, non tanto per nascondere l’impatto di queste notizie, quanto per una collettiva sottovalutazione dei contraccolpi sociali, economici e politici si avranno in futuro, quando la ripresa inizierà davvero in tutto il mondo e noi, ormai totalmente destrutturati, non saremo in grado di individuare la corrente e ci troveremo schiacciati da concorrenti ben più organizzati e che avranno investito su tutti i piani (da quello della riorganizzazione amministrativa a quello delle infrastrutture) e che quindi potranno affrontare preparati una fase di forte concorrenzialità internazionale.
C’è da farsi una montagna di domande in questa fine di autunno. C’è da avere i nervi saldi per individuare sia a livello personale che collettivo cosa fare e come. In questo Paese rimpinzato di una pseudo realtà mediatica dal sistema Raiset c’è l’enorme necessità di raccontare il reale, la vita, i bisogni e le aspirazioni degli italiani. E i media tradizionali sembrano non esserne assolutamente in grado. Neppure tanti di quelli che invece avevano dichiarato di farsi portavoce di queste istanze di verità. In qualche modo il Web sta supplendo a questo vuoto di , di dibattito, di rappresentazione.
Gli esempi sono tanti di questi esperimenti, grazie al cielo riusciti: da www.agoravox.it a www.antimafiaduemila.com, da www.dazebao.org a www.crisitv.wordpress.com, da www.ucuntu.org a www.liberainformazione.org. E poi migliaia di blog, pagine, video. E i libri che diventano sede naturale, vista l’impossibilità di trovare spazio sui media, dell’. Come il che mai come in questa fase si è fatto portatore di storie basate sul reale, sulla denuncia, sulla puntuale ricerca giornalistica. Mezzi alternativi, tanti e diversificati, che lentamente e inesorabilmente si stanno imponendo anche nei numeri. Milioni di persone che ogni giorno cercano quelle notizie e quel racconto collettivo che i media non forniscono più. Numeri che, se sommati fra loro, mostrano quanta sete di ci sia in .
Il sogno, in questo autunno, è che tutti questi frammenti trovino una sintesi e un incontro fra loro, che insieme formino una massa critica svelando la realtà del Paese non solo a piccoli settori di opinione pubblica, ma attraverso una fase di messa in rete e di amplificazione diventino (collettivamente) un nuovo media. Fatto di tanti e non di solitudini. Attento, puntuale, informato e comprensibile. Che abbia un solo formidabile e rivoluzionario obiettivo: raccontare.

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