Cosa nostra, quello che rimane, ciò che preoccupa. L’ultimo boss

di Pietro Orsatti
Nella provincia (Trapani), cosa nostra continua ad essere organizzata secondo una struttura gerarchica e verticistica, ramificata sul territorio con i noti schemi classici delle famiglie e dei mandamenti.
L’assenza di mutazioni strutturali è dovuta non solo alla mancanza di situazioni di conflittualità interne, ma anche agli equilibri da tempo stabilizzatisi, grazie alla leadership mafiosa del noto latitante MESSINA DENARO Matteo, che continua ad essere il capo indiscusso di uno dei più consolidati mandamenti mafiosi, quello castelvetranese, nonché il rappresentante provinciale di cosa nostra trapanese.
Il ruolo del MESSINA DENARO Matteo, all’interno di cosa nostra, risulta acquisire un forte spessore, grazie anche al momento congiunturale negativo attraversato da cosa nostra palermitana, dovuto all’incalzante azione repressiva attuata dalle Forze di Polizia.
(Relazione Dia al Parlamento secondo trimestre 2008)
Ora potrebbe davvero succedere di tutto in Sicilia. L’ultimo boss è Matteo Messina Denaro, da quanto ne sappiamo, non ha rivali che lo possano contrastare nella sua ascesa. Non c’è più Domenico Raccuglia e neppure l’ambizioso Nicchi, entrambe arrestati dalla Catturandi di Palermo. Uomo di “peso”, latitante da 16 anni, stragista e contemporaneamente imprenditore, con un intreccio di rapporti con i colletti bianchi e perfino una infarinatura intellettuale che emerge non dai suoi “pizzini” ma dalle numerose lettere che sono state ritrovate nel corso degli anni. Lettere dove azzarda perfino acrobatiche citazioni di Toni Negri.
L’ascesa di U Siccu
Vediamo chi è il mafioso senza mafia (secondo una provocazione del sindaco mediatico di Salemi, Vittorio Sgarbi), che governa da anni l’intera provincia di Trapani, Salemi compresa. I suoi soprannomi sono “U Siccu” e “Diabolik”, latitante dal 2 giugno 1993 e condannato all’ergastolo per le stragi del 1992 e 1993. Latitante ma certo non attivo: fra una seduta di playstation e l’altra conta “piccioli” (è un appassionato di videogiochi come emerge da alcune intercettazioni), traffica armi e droga, fa patti con la massoneria deviata, e quando serve si è dedica a qualche scaramuccia con il rivale Domenico Raccuglia con cui, alla fine, sembra aver fatto un’alleanza. Matteo Messina Denaro è alto circa un metro e settanta, stempiato, capelli castani (all’epoca del mandato di cattura del 1993), ed è strabico all’occhio sinistro. La trasmissione televisiva della Rai “Chi l’ha visto?”, nel 2006 ha scoperto che per correggere il suo strabismo, il 6 gennaio del 1994 Matteo Messina Denaro si è recato in Spagna per una visita di controllo nella clinica “Barraquer” di Barcellona, registrandosi come Matteo Messina e dichiarando data e luogo di nascita veri. In precedenza, all’epoca delle stragi del 1993, il boss si sarebbe fatto chiamare Paolo Forte ed ha vissuto in una villa lussuosa di Forte dei Marmi (Lucca) insieme a una donna austriaca. Un particolare che corrisponderebbe alla sua fame di viveur e play boy internazionale. Recentemente sono state messe in giro voci, mai verificate, che definiscono il boss gravemente malato e in dialisi. Se le voci fossero vere, la rete di copertura della sua latitanza dovrebbe avere dimensioni impressionanti. Ma è molto più probabile che le voci le abbia messe in giro lui stesso per creare l’illusione di una debolezza che, nei fatti, per ora non si è mai vista.
La vecchia e la nuova Cosa nostra
«Matteo Messina Denaro è l’uomo che rappresenta l’anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova mafia», dichiarò nel 2006 il capo Squadra Mobile Trapani, Giuseppe Linares. Figlio di Francesco, che è stato per vent’anni capo del mandamento mafioso di Castelvetrano nel trapanese, come ipotizza Massimo Russo, pm della D.d.a. di Palermo, secondo il quale Messina Denaro «ha ucciso decine e decine di persone per mano sua e forse un centinaio sono state uccise su suo mandato. Se già non lo è, è sicuramente il candidato numero uno a diventare il capo di Cosa Nostra». Tra i crimini per cui è indagato anche la vicenda del sequestro e dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino, affidato dopo il rapimento da febbraio ad agosto del 1995 proprio a dei picciotti di Matteo Messina Denaro, che durante il giorno lo tenevano legato e imbavagliato appeso a un gancio. Sin da giovane dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti, Messina Denaro può vantare importanti contatti con i cartelli sudamericani ed è considerato dall’Fbi statunitense uno dei protagonisti nel commercio mondiale della droga. Ed ha interessi anche nell’ambito del traffico di armi e della macellazione clandestina, senza poi parlare della “tradizionale” (per Cosa Nostra) attività dell’estrazione di inerti. Da recenti inchieste emerge anche un suo interesse nella gestione dei rifiuti avviata durante gli ultimi anni di latitanza di Provenzano di cui, in questo settore, era l’esecutore.
Il mito di don Francesco
C’è da fare una breve parentesi sul padre di Matteo, sul mito di Francesco Messina Denaro, il ministro degli esteri di Totò Riina. Sconosciuto alla giustizia per quasi vent’anni, nonostante il suo ruolo di raccordo con gli Stati Uiti e “formatore” alle tradizioni di Cosa Nostra dei picciotti nati all’estero. Francesco muore in casa propria nonostante siano stati spiccati per lui diversi mandati di cattura; i parenti fanno trovare il cadavere pulito e composto su un vialetto di campagna. Il figlio Matteo, già latitante come il padre, acquisterà annunci sui giornali locali che puntualmente li pubblicheranno. Francesco è stato l’uomo che ha gestito per almeno 20 anni i rapporti con i marsigliesi e i cugini americani. E che in particolare trasformò Castellammare del Golfo nel porto del traffico dell’eroina negli anni ’70 e ’80. Per decenni questo porto, e la sua flotta di pescherecci, rappresentò il centro del traffico mondiale di droga. Subito dopo la seconda guerra mondiale Castellammare del Golfo divenne, con un accordo fra i boss palermitani e trapanesi e i cugini negli Stati Uniti, uno dei centri potenti della nuova mafia emergente. Luogo di coincidenza di interessi tra mafiosi siciliani e boss siculo-americani. In una riunione del 1957 al Grand hotel et des palmes, uno dei più prestigiosi di Palermo, e a cui partecipò anche Lucky Luciano, venne sancito il patto di investitura di Castellammare come porta verso l’esterno dei clan, strappando di fatto il controllo del traffico degli stupefacenti ai clan marsigliesi fino ad allora “leader” incontrastati in questo businnes. Il summit, storicamente documentato in vari processi e sentenze, avvia quel processo di trasformazione della mafia tradizionale in quella dei corleonesi. E dimostra i legami mai troncati fra clan siciliani e cugini d’oltre Atlantico. Da quel momento Castellammare del Golfo è la base delle attività criminali legate al traffico dell’eroina. E viene scelto come quartier generale dei clan il Motel beach della vicina spiaggia di Alcamo Marina, di proprietà del boss Vincenzo Rimi. Nel 1985, la scoperta della grande raffineria di eroina di contrada Virgini, nelle vicine campagne di Alcamo, conferma la solidità e stabilità dell’attività criminale.
Matteo il manager
Ma torniamo a Matteo e alla sua capacità imprenditoriale. Nel novembre 2008 il tribunale di Trapani ha posto sotto sequestro dodici società, 220 tra palazzine e ville, 133 terreni per un totale di 60 ettari, tutti riconducibili a Giuseppe Grigoli, considerato il re dei supermercati in Sicilia e ritenuto un prestanome di Matteo Messina Denaro. Beni per 700 milioni di euro. Grigoli, 60 anni, arrestato il 20 dicembre 2008 per concorso esterno in associazione mafiosa, controllava 60 esercizi commerciali in Sicilia, in gran parte supermercati della catena Despar, di cui aveva la gestione in esclusiva per le province di Palermo, Trapani e Agrigento. Un uomo importante Grigoli per Cosa Nostra. All’arresto di Provenzano, l’11 Aprile 2006, nei pizzini ritrovati nel covo di Corleone figurava spesso proprio il nome dell’imprenditore. In un accordo, mediato proprio da Binnu, tra le Messina Denaro e Giuseppe Falsone, boss agrigentino che si era lamentato con la Commissione perché non capiva perché la Despar fosse “esentata” dal pizzo, si era deciso che le holding finanziarie riferibili a Grigoli, la “6Gdo” e la “Grigoli Distribuzione”, avrebbero avuto l’esclusiva del marchio Despar. E, da quanto risulterebbe dall’inchiesta, Cosa Nostra “parlava” anche sulle assunzioni, centinaia delle quali su diretta indicazione dei clan.
Matteo Messina Denaro non è il solito boss che litiga con i congiuntivi come Riina, Provenzano o i Lo Piccolo. Non sarà un intellettuale, ma per anni ha frequentato i salotti buoni non solo siciliani. Prima della latitanza era “uno in vista”, che amava farsi notare: auto sportive, vistosi orologi Rolex Daytona e guardaroba firmato Armani o Versace. Apparenza che non gli impedisce di essere assassino feroce come nel caso del mancato attentato a Maurizio Costanzo, o come in due casi del 1992, ovvero uccisione del boss di Alcamo Vincenzo Milazzo, contrario alla strategia stragista adottata in quegli anni da Riina, e lo strangolamento della sua fidanzata, Antonella Bonomo, incinta di 3 mesi e sospettata di avere legami, attraverso parentele, con servizi segreti. O come quando il 14 settembre 1992, ordina l’omicidio di Calogero Germanà, commissario di Polizia di Mazara del Vallo, che però fortunatamente non va in porto.
Un boss di “penna”
Scrive a un tal “Svetonio” il 28 giugno 2006. «Se lo avessi davanti gli direi cosa penso e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe. Oggi posso dire che se la vede con la sua coscienza, se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano. Chiudo qua che è meglio». Svetonio è Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, arruolato dai servizi per fare da esca al latitante e tendergli una trappola. La lettera, lo sfogo di Messina Denaro, è contro Bernardo Provenzano al quale erano stati sequestrati centinaia di pizzini il giorno del suo arresto nel covo di Montagna dei Cavalli. «D’altronde non avevo a che fare con una persona inesperta ed ero tranquillo – si legge nella lettera in mano agli inquirenti – anche perché io non ho lettere conservate di alcuno. Quando mi arriva una lettera, anche di familiari, rispondo nel minor tempo possibile e subito brucio quella che mi è arrivata, Tutto mi potevo immaginare, ma non questo menefreghismo da parte di una persona esperta. E forse ci sono le copie di quello che lui diceva a me, ma questa è solo un’ipotesi. Ormai c’è tutto da aspettarsi; siccome usava la carta carbone, può anche darsi che si faceva le copie di quello che scriveva a me e se le conservava, ma ripeto, questa è solo una mia ipotesi poiché ormai mi aspetto di tutto». E lo sfogo continua, perché il boss è preoccupato, e molto, dell’effetto domino del ritrovamento di una parte dell’archivio dell’anziano boss corleonese: «ci sono persone a me vicine e care che sono nei guai e sono imbestialito, troppo addolorato e dispiaciuto. È una cosa assurda dovuta al menefreghismo di certe persone che non si potevano permettere di comportarsi così». Lo sfogo di Messina Denaro è ancora più comprensibile visto che il secondo pentito Antonino Giuffrè, ex braccio destro di Bernardo Provenzano, Messina Denaro sarebbe diventato il custode del più importante archivio della mafia siciliana, affidatogli, per volontà di Leoluca Bagarella e di Totò Riina, dopo esser stato portato via di tutta fretta dal covo di quest’ultimo (vicenda quella del covo di via Bernini a Palermo che ha scatenato una tempesta sull’Arma dei Carabinieri), in seguito all’arresto di Riina avvenuto il 15 gennaio del 1993. Un leader, il castelvetranese, molto consapevole di sé: «È anche vero che ancora si sentirà molto parlare di me, ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere. Non saranno questi “buoni e integerrimi” della nostra epoca, in preda a fanatismo messianico, che riusciranno a fermare le idee di un uomo come me. Questo è un assioma». Altro che gli sgrammaticati Lo Piccolo, altro che i pizzini macchiati di sugo di cicoria. Denaro “intellettualizza” Cosa Nostra, ne fa parte politica, una politica non di schieramenti, ma di Stato contro Stato, di Italia contro Cosa Nostra, identità, entrambe, alla pari. Secondo Denaro addirittura in termini giuridici, morali, etici.
I nuovi scenari
Ora che “il veterinario” (Raccuglia) e Gianni Nicchi sono in carcere, Matteo Messina Denaro è, come abbiamo già detto, solo. L’unico che lo potrebbe frenare è l’agrigentino Giuseppe Falsone, latitante dal gennaio 1999 e ricercato per associazione mafiosa, vari omicidi e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. La mafia agrigentina, la più sommersa e invisibile dopo la guerra con la “Stidda” alla fine degli anni ’80, è anche quella più specializzata nella penetrazione degli appalti e nel riciclaggio. Messina Denaro ha bisogno di un alleato se vuole diventare davvero egemone nella Sicilia occidentale e se intende fare quella scalata a Palermo che lo porterebbe davvero a essere il nuovo capo di Cosa nostra, incontrastato, dopo il lungo regno di Totò Riina. Raccuglia sia da avversario che da alleato ha impedito di fatto l’ascesa di Denaro, prima fermandolo e poi diventando con il suo territorio di confine che da Altofonte e San Giuseppe Jato arrivava fino a Partinico e Borgetto una sorta di cuscinetto fra Trapani e Palermo. In realtà Messina Denaro nel palermitano c’è già arrivato, penetrando nel territorio di Bagaria e creando una specie di testa di ponte pronta a entrare in azione in vista di una scalata alla “grande” città o di una guerra di mafia. Passando perciò dalla “guerra fredda” dei tempi di Sandro e Salvatore Lo Piccolo e Domenico Raccuglia a una vera e propria conquista.






















