gennaio 8, 2010 | In: Approfondimenti, Articoli, Commenti, Cronache dal fronte, Dall'Italia
Una donna “soldato” della ‘ndrangheta? Se è così è una rivoluzione, oppure no
La sequenza video dura un minuto appena. Arriva lo scooter guidato probabilmente da una donna. I capelli e soprattutto la scarpa fissata nei fotogrammi che poggia a terra, lasciano pochi dubbi. Scende il passeggero, un uomo tarchiato. È la donna che sembra innescare l’esplosivo e la bombola di gas da dieci litri che trasporta sul pianale davanti. L’uomo scende, afferra la bombola e la posiziona. I due si allontanano. Pochi secondi dopo l’esplosione. Sono circa le 5 di mattina del 3 gennaio, Reggio Calabria. Due dati sono evidenti. L’attentato e la sua esecuzione sono condotti da due professionisti e soprattutto non si vuole uccidere. La scelta dell’ora, del luogo, dell’esplosivo è chiarissima. E poi la donna. Una donna “soldato” della ‘ndrangheta. Se davvero si tratta di un attentato di ‘ndrangheta, e finora non sono emersi elementi che lo smentiscano, si tratterebbe di una novità, in particolare proprio per il sodalizio criminale calabrese.
Di donne che hanno assunto un ruolo, anche di rilievo, nella gestione di organizzazioni criminali di stampo mafioso non ce ne sono molte. Quasi sempre la donna è relegata a un ruolo tradizionale, di moglie, madre, figlia o compagna silenziosa. Solo in pochi casi, in particolare in Campania, le donne assumono un ruolo di vertice, quasi mai operativo in senso “militare”, soprattutto in supplenza di un marito, un fratello o un figlio in caso di decesso o arresto. Solo recentemente emergono capi clan donne, più dedite al traffico di stupefacenti e raramente con implicazioni “di forza”. Nonostante nel passato (e anche recentemente) si siano affermate figure femminili nelle organizzazioni mafiose, queste eventualmente avevano un ruolo di corriere o paradossalmente di comando, ma difficilmente sono state coinvolte direttamente coinvolte in fatti di sangue o in azioni di intimidazione. Quindi, nel vedere queste immagini con una donna che partecipa direttamente, operativamente, a un’azione militare di intimidazione, e in particolare proprio in Calabria che finora aveva organizzativamente fondato il suo modello su quello della famiglia tradizionale, lascia perplessi. Sicuramente la ‘ndrangheta, sia per la sua capacità di relazionarsi esternamente anche con organizzazioni e reti internazionali, di modernizzarsi anche in termini di rapporti e di capacità di penetrazione sociale, è l’organizzazione criminale che più facilmente oggi potrebbe accogliere una forma distorta di “pari opportunità”. Comunque difficile. Non siamo infatti davanti a clan perdenti, colpiti dallo Stato, che sentano la necessità di introdurre figure “supplenti” sul piano militare. La ‘ndgrangheta è la più potente, militarizzata e efficace delle mafie.
Quindi, se non la ‘ndrangheta chi? Chi ha la capacità di addestrare e mettere in atto un’azione così efficace coinvolgendo operativamente anche una donna? La questione non è secondaria, affatto. Solo chi ha un addestramento militare, che sia stato ottenuto in ambito criminale o meno, può aver partecipato a un’azione come quella del 3 gennaio. E questa, qualunque essa sia, è un’altra storia.
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