Se i Caraibi fanno crack

06/10/2008
By Pietro Orsatti

Contrattazioni alla Borsa di Sao Paulo travolta dal crollo di Wall Street. Aumenta la tensione tra e Stati Uniti. Putin promette a Caracas aiuti per il nucleare civile, mentre il presidente cileno Bachelet cerca di mediare  

di Pietro Orsatti

L’, già attraversata da enormi tensioni politiche dalla zona andina ai Caraibi, è stata travolta dal crollo di Wall Street all’indomani del voto contrario del Congresso al piano Bush per il salvataggio delle banche di affari statunitensi. La borsa più importante del continente, quella di Sao Paulo, che lo scorso anno era riuscita a contenere con il proprio intervento la crisi dei mutui, questa volta non ha retto il colpo. Un crollo del 15 per cento ha costretto alla sospensione delle contrattazioni per non aggravare quello che è stata definita dagli analisti una catastrofe. Il forte calo registrato nelle piazze finanziarie europee e la mancata approvazione da parte del Congresso americano del piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari si è trasformato in un crollo dell’indice delle maggiori aziende quotate in .

Ovvero della grande maggioranza delle società con capitali misti fra soggetti continentali, statunitensi ed europei. L’effetto domino, temuto da molti analisti, si è puntualmente scatenato. E la florida ma non tutelata crescita borsistica brasiliana non ha retto il colpo. Colpiti soprattutto tutti quei gruppi che si occupano di biofuel (l’oro verde brasiliano e argentino) e del mercato della soia e dei cereali. E quindi gran parte del settore dell’export agroalimentare.

Come se non bastasse il giorno prima, la Russia ha annunciato pubblicamente di aver concesso aiuti al per lo sviluppo di un piano nucleare attraverso un progetto di cooperazione simile a quello impiantato in Iran. «Siamo pronti a verificare la possibilità di operare nell’ambito dello sviluppo di energia nucleare a scopi pacifici», ha rivelato Putin la scorsa settimana. E alla dichiarazione è seguita immediatamente la diffusione della notizia che dal 2005, grazie all’impennata del prezzo del petrolio, il ha speso in Russia 4,4 miliardi di dollari per rafforzare le proprie forze armate. Caracas ha acquistato, tra l’altro, 24 caccia bombardieri di ultima generazione Sukhoi-30, 53 elicotteri e centomila Kalashnikov Ak-103, e starebbe acquisendo anche i sistemi contraerei semoventi Tor-M1 che Mosca ha ceduto nel 2005 all’Iran, oltre ai sommergibili a propulsione convenzionale classe “Varshavianka”.
Washington non ha fatto in tempo a metabolizzare le notizie provenienti da Mosca che è stata travolta dalla crisi finanziaria «più grave da cento anni a questa parte». Ma non per questo allenta la rinnovata stretta verso l’, puntando chiaramente a mettere le mani sulle riserve di gas e petrolio del e della Bolivia e a garantirsi un’autonomia energetica anche in caso di riduzione drastica, e a questo punto inevitabile, dell’impegno in Medio Oriente. Il colpo finanziario che ha travolto la Borsa di Sao Paulo ha indebolito il ruolo che il stava assumendo come elemento equilibratore nella crisi fra Stati Uniti e . In questo momento la “tigre latinoamericana” deve contare i danni, correre ai ripari e non fermare il trend di crescita che l’ha portata ai livelli di credibilità (e solvibilità) dimostrati fino alla scorsa settimana.

Nelle due settimane precedenti al crollo di Wall Street e all’annuncio dell’escalation nell’acquisizione di armamenti di Caracas, anche un altro Paese della regione si è inserito come mediatore fra il gigante nordamericano e lo scalpitante di . Il presidente del Cile, Michelle Bachelet, ha proposto infatti ai leader dei Paesi latinoamericani di riunirsi a Vina del Mar fra poco meno di un mese, il 23 di ottobre, per continuare a discutere della situazione boliviana dopo che all’ultima riunione dell’Unasur (L’unione dei Paesi sudamericani che la Bachelet presiede) non si era giunti a una soluzione mediata per affrontare il conflitto fra le province separatiste (accusate anche di essere finanziate e appoggiate segretamente dagli Usa). I colloqui in corso con i governatori delle province boliviane ribelli sono giunti infatti a uno stallo. Già due settimane fa i capi di Stato dell’ si erano incontrati in Cile per esprimere il loro sostegno al presidente Evo Morales e mettere in guardia i ribelli dal tentare un colpo di Stato. Intanto in Bolivia è stato sostituito Leopoldo Fernandez, il governatore della provincia di Pando fatto arrestare la settimana scorsa da Morales per aver causato la morte di 15 manifestanti (ma alcune fonti in particolare argentine iniziano a parlare di un numero di caduti ben maggiore) in favore del governo di La Paz. Il suo posto è stato preso dal contrammiraglio Landelino Rafael Bandeira Arze. Un atto, probabilmente dovuto, ma che in questa fase certo non facilita la delicatissima mediazione avviata da Michelle Bachelet. Delicatissima anche perché la crisi boliviana è diventata il punto di scontro fra Stati Uniti e e, con l’allontanarsi di una soluzione, rischia di innestare un aggravamento ulteriore della crisi internazionale in atto come denunciato dall’autorevole giornale cileno El Mercurio.

E a spargere ancora più benzina sul fuoco e a creare problemi all’opera di ricucitura avviata dalla Bachelet arriva anche l’Ecuador, dove la scorsa settimana è stata approvata la nuova Costituzione con un referendum fondato su un modello molto simile agli impianti costituzionali di Bolivia e . Poco importa agli Usa che Correia, il presidente dell’Ecuador, non sia o Morales e che il suo principale partner economico sia proprio Washington (addirittura Quito ha abbandonato da alcuni anni la propria moneta adottando il dollaro Usa) quando si parla di “Socialismo andino” o “Socialismo del XXI secolo” e, come primo atto dopo l’approvazione della nuova Costituzione, si chiede allo scomodo alleato “gringo” di lasciare immediatamente la base di Manta. La riunione dell’Unasur convocata dalla Bachelet già sta traballando sotto i colpi di una escalation strategica e diplomatica dalle dimensioni ancora difficili da quantificare. Che, con il crollo delle borse, si può ancora, se possibile, acuire. 

 left 40,  3 ottobre 2008

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