E alla fine il Nano arrivò al papello
Ciancimino jr ricostruisce la trattativa fra mafia e Stato. E diventa un teste nel processo Mori
di Pietro Orsatti su Terra
Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo condannato per concorso esterno alla mafia, parla. Racconta di appalti, di riciclaggio di denaro sporco, di storie di tangenti. Trema mezza Italia, ma non è questo, anzi, non è solo questo che preoccupa chi gestisce gli equilibri del nostro Paese.
Massimo Ciancimino, soprannominato “il nano”, parla del 1992, della trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra, del “papello” di Totò Riina. Il documento, il contratto, che l’anti Stato propose allo Stato nel periodo delle stragi del 1992, per raggiungere un accordo. Del contenuto si sa poco, nessuno ha ammesso di averlo visto e tantomeno letto. Poi arriva Massimo Ciancimino e l’atmosfera cambia. A Palermo e a Caltanissetta (titolare della quarta tranche del processo sulla strage di via D’Amelio), d’improvviso sembrano aprirsi spiragli inediti. Perché Ciancimino jr c’era durante quella trattativa. Accompagnava l’anziano padre, teneva i contatti, faceva da corriere. Fra Cosa nostra e la “commissione” governata con il terrore da Riina e lo Stato, rappresentato, a quanto starebbe dicendo il “collaborante”, da alcuni ufficiali dei Ros dei carabinieri.
Roba da far tremare alti ufficiali ancora in carica, politici alla ribalta della scena pubblica, pezzi delle istituzioni. Perché, a 18 anni di distanza, le ombre su quelle stragi e sulla presunta trattativa nascondono ancora quelli che possono essere definiti «i mandanti occulti».
E infatti, a dimostrare l’importanza delle rivelazioni del figlio di don Vito, Massimo Ciancimino sarà sentito tra il 21 e il 23 maggio a Roma nel processo in cui è imputato di favoreggiamento aggravato alla mafia il generale dei carabinieri Mario Mori. Lo ha deciso, rinviando al 3 aprile l’indicazione della data precisa, la IV sezione del Tribunale di Palermo, che ha fissato una trasferta di 3 giorni per motivi di sicurezza per ascoltare il dichiarante Ciancimino e i collaboratori di giustizia del procedimento in cui Mori è imputato assieme al colonnello Mauro Obinu. Secondo la Procura, i due ufficiali dell’Arma non avrebbero organizzato il blitz che avrebbe potuto portare alla cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso, il 31 ottobre 1995, e non avrebbero sviluppato le successive indagini.
Deponendo di fronte ai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo, Ciancimino ha parlato proprio di questa trattativa tra Stato e mafia. Posizionando l’inizio di questo capitolo oscuro della storia della Repubblica nei 57 giorni che intercorrono fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. Anche questa trattativa, secondo l’accusa, potrebbe spiegare il mancato blitz. A dare ai militari l’input sull’operazione era stato, all’epoca, il confidente Luigi Ilardo, che aveva anticipato al colonnello dei carabinieri Michele Riccio la presenza, nella zona, di Provenzano, che doveva partecipare a un summit con altri capimafia. Ma come nel caso della mancata perquisizione nel ’93 del covo di Riina dopo il suo arresto, qualcosa andò storto e Provenzano ebbe tutto il tempo di dileguarsi. Una macchia, quella della trattativa, che forse il più piccolo dei Ciancimino riuscirà a chiarire.















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Da non confondersi con “al Nano arrivò il papello”