Novantadue
Capitolo zero
Te lo vorrei raccontare così quell’anno, come se fosse un ricordo lontano, una parentesi nella nostra vita, un frammento di nessun conto nella nostra storia. Te lo vorrei raccontare così, come me lo immagino a diciotto anni di distanza, con la memoria che si fa flebile e i ricordi che si trasformano in pagine da romanzo. Il NOVANTADUE. Scritto tutto maiuscolo, numeri che si fanno nome. Il NOVANTADUE è qualcosa che invece si è infilato nelle nostre ossa, si è stratificato, radicato, metabolizzato. Il NOVANTADUE è noi, quello che siamo diventati.
Ricordo perfettamente il giorno della strage di Capaci. Ero a casa, abitavo in campagna in un paesino a pochi chilometri da Roma, e mi ero preso una giornata libera per dipingere le pareti del salone. La mia compagna di allora invece era al lavoro. Nel tardo pomeriggio le andai incontro fino alla stazione a piedi. Non l’ho saputo dalla radio o dalla televisione che Falcone era stato ucciso sull’autostrada che da Punta Raisi porta a Palermo. L’ho letto nello sguardo della mia compagna, nel suo abbraccio, nelle lacrime che mi lasciò sulla camicia. Il NOVANTADUE per me è quello, quella fitta che ti lascia senza fiato, come un coltello piantato nella schiena. E poi, solo dopo, le immagini della voragine e delle macchine distrutte nell’edizione speciale del Tg, e la sensazione che si stesse per assistere a qualcosa di enorme, come enorme fu.
Diciassette anni dopo ho scritto di quell’anno. Partendo da Capaci, arrivando senza voglia (per paura di ricordare l’odore di una domenica di luglio) a via D’Amelio. E il tradimento. Il tradimento era nell’aria, era nella consapevolezza che qualcuno che credevamo dalla nostra parte aveva deciso di giocare non con il nostro avversario, ma con il nostro nemico.
Un esercizio della memoria. Tornando, appunto, a quell’anno terribile. «Questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul Sole 24 Ore dalla giornalista Milella, li avevo letti in vita da Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi». Così parlò Paolo Borsellino nel corso di una manifestazione promossa da MicroMega presso la biblioteca di Palermo il 25 giugno 1992, poche settimane prima della sua morte. I diari di Falcone. Anche Giuseppe Ayala, altro pm del maxi processo, parla di questi scritti sempre nel giugno del 1992. «Aveva un diario, sul quale scriveva tutto. Tutto era riportato in un dischetto, perché Falcone scriveva sul computer. Che io sappia, soltanto io, forse una volta Paolo Borsellino, e probabilmente la moglie di Falcone, Francesca, eravamo stati messi a conoscenza dell’esistenza del diario. Non so se il dischetto è stato trovato e, se è stato trovato, naturalmente sarà stato letto e conosciuto. Nel caso in cui, invece, non sia stato trovato o sia stato smarrito, si è perduta l’occasione per ricostruire dalla fonte più autorevole quel che è accaduto intorno a Giovanni Falcone, dentro e fuori il palazzo di Giustizia di Palermo».
Il procuratore di Caltanissetta dell’epoca, Salvatore Celesti (diventato in seguito procuratore generale a Palermo), che indagava per competenza sulla strage di Capaci, in prima battuta negò l’esistenza dei dischetti, poi ammise in parte l’esistenza dei file: «Sono stati acquisiti alcuni dischetti nell’abitazione e negli uffici di Falcone, ora affidati a tecnici per la trascrizione. Il lavoro non è completo, ed è segreto. Se nei dischetti ci sono episodi privati non saranno da noi resi pubblici». Talmente segreti che vennero addirittura cancellati, cosa che in qualche modo già temeva Ayala, come si intuisce rileggendo con attenzione le sue parole. Cancellati da un portatile Toshiba, da un’agenda elettronica Casio in via Notarbartolo a Palermo, dai computer del ministero di Giustizia in via Arenula a Roma. Da chi? Della vicenda si occupò anche Gioacchino Genchi che testimoniò in seguito. Ecco cosa dice: «Dopo l’accettazione di questo incarico, in effetti, ho dovuto rilevare una serie di atteggiamenti estremamente diversi da parte del ministero dell’Interno – afferma Genchi -. (…) Tenga conto che io allora rivestivo l’incarico di direttore della Zona telecomunicazioni (…) e proprio dopo la strage mi era stato dato l’incarico, per coordinare meglio alcune attività anticrimine, presso la Criminalpol della Sicilia occidentale di dirigente del Nucleo anticrimine. Il dirigente dell’epoca, che sicuramente non agiva da solo perché si vedeva che era portavoce di volontà e decisioni ben più alte, in effetti non mi ha certamente agevolato in questo lavoro (…); siamo ritornati con la decodifica dell’agenda, ho ricevuto varie pressioni (…) fui trasferito, per esigenze di servizio con provvedimento immediato, (…) dalla Zona telecomunicazioni all’Undicesimo reparto mobile». Tornando al procuratore Salvatore Celesti, c’è da dire che la storia, nonostante la sua carriera, lo smentì clamorosamente. Il 23 giugno 1992 il procuratore si lasciò sfuggire una dichiarazione che all’epoca fece scalpore. Affermò, infatti, che secondo lui sulla strage di Capaci «non c’è più mistero per quanto riguarda il diario». E contemporaneamente c’era chi cancellava la memoria del Toshiba, alterava i dati sui computer al ministero e sottraeva la scheda di memoria dell’agendina Casio. Il sospetto emerse subito, la conferma, anche grazie alla perizia di Genchi, arrivò qualche anno dopo. Ma intanto qualcuno, L’espresso, aveva rivelato parte del contenuto di questi diari, in particolare i 39 punti di conflitto e di dissidio fra Giovanni Falcone e il procuratore capo Pietro Giammanco che mise il magistrato morto a Capaci nella condizione di abbandonare la Procura e Palermo. Si andava, questo raccontava il settimanale, dalla decisione di togliere al giudice assassinato la delega per le inchieste di mafia fino alla controversia che coinvolse Falcone dopo che il nucleo speciale dei carabinieri consegnò in Procura il rapporto sulla mafia degli appalti e che il procuratore capo sottovalutò e sminuì pubblicamente.
Torniamo a Borsellino e a ciò che disse in quello che è stato il suo ultimo intervento pubblico prima della strage del 19 luglio 1992 a via D’Amelio. «Ecco perché forse ripensandoci, quando Caponnetto diceva “cominciò a morire nel gennaio del 1988” aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare». Sembra quasi che oggi si presenti il conto di quanto avvenuto 17 anni fa. «Quando si parla di trattative, di presenza in via D’Amelio di uomini dei servizi, di servitori dello Stato infedeli, di agende rosse e di uffici del Sisde a Castel Utveggio – spiega Salvatore Borsellino, fratello di Paolo – in realtà si raccontano cose che già allora erano emerse ma che poi forse sono state fatte cadere». Come avvenne nel caso delle dichiarazioni del tenente Carmelo Canale, ex maresciallo dei carabinieri promosso tenente per meriti speciali e collaboratore di Paolo Borsellino. Nel 1994 rilasciò dichiarazioni esplosive. Fra le tante, ecco alcune battute indicative del clima e del personaggio: «Il dottor Falcone era molto agitato, aveva gli occhi di fuori, parlava con Borsellino. “Caro Paolo, il responsabile del fallito attentato all’Addaura era Bruno Contrada” (…) Io rimasi sconvolto e mentre scendevamo le scale chiesi a Borsellino chi fosse Bruno Contrada. Borsellino mi pregò di non parlare con nessuno di quell’episodio (…). Nel corso di una conversazione telefonica Borsellino mi disse che aveva appreso da Falcone dell’intenzione di Gaspare Mutolo di iniziare a collaborare. Fra le prime cose che aveva rivelato, Mutolo aveva parlato di episodi di corruzione inerenti il giudice Domenico Signorino e Bruno Contrada».
Successivamente, nel 1997, Canale, accusato da due pentiti di mafia, venne processato per associazione esterna, e poi in seguito assolto (nel 2008 la conferma). Anche sulle sue rivelazioni, e sulla sua vicenda, ci sono tante ombre, e come tante altre dichiarazioni dell’epoca tornano attuali. È sempre più evidente che, all’epoca, a Palermo due uffici dello Stato molto particolari, i Ros del generale Mario Mori e il Sisde di Bruno Contrada, agissero al limite della legalità e, a volte – è il caso di Contrada condannato – sfociassero in vera e propria collaborazione con la criminalità, in una sorta di continuità. La domanda è, oggi, se i due uffici agissero in concorrenza e all’oscuro ciascuno di cosa stesse facendo l’altro, oppure se su distinti punti si muovessero in convergenza. È certo, però, che senza la loro azione oggi si saprebbe molto di più di quello che avvenne fra il 1992 e il 1993, anno degli attentati a Firenze, Milano e Roma: i due anni delle stragi.
1. Scherzi della memoria
Immaginiamo una festa, anzi no, un party di capodanno. Un party in un attico a piazza Duomo a Milano. Una notte fredda, serena, quella vigilia. Un cielo stellato che cancellava a fatica la sensazione lugubre di una città che sembrava poter entrare da un momento all’altro in un incubo. Ma non era tempo di pensieri “tinti”. Era tempo di festa, di ospiti selezionati, di musica soffusa, di parole leggere fra amici. Suona il campanello, i primi ospiti. Salvatore e Ninetta. Lei elegante, discreta, vestita con una abito da sera della migliore sartoria parigina. Lui un po’ appesantito, tarchiato, un completo discreto, la camicia serrata al collo senza cravatta e un panciotto aderente di lana. «Salvatore, signora! Che piacere avervi qui», esclama il padrone di casa aggiustandosi gli occhiali. «Caro», sussurra Salvatore stringendo la mano all’uomo che lo sovrasta di almeno 20 centimetri, «Aspettavo da anni l’occasione di incontrarti». «Prego, prego, entrate», si sbraccia il padrone di casa facendo spazio alla coppia. L’uomo è alto, apparentemente goffo. Ma si muove agilmente nella casa, è il suo ambiente, la sua tana, il suo rifugio e si vede. «Anna, vieni, sono arrivati la signora Ninetta e Salvatore». Salvatore si ferma al centro del salone, guardandosi attorno, fissando la città attraverso la grande vetrata che si affaccia sulla piazza. «Bellissima, Bettino. Gran bel panorama». «Salvatore mi lusinghi». «No, dico davvero. Una casa che sembra fatta su misura per te. Una casa che ti assomiglia». Intanto le due signore si incontrano a lato della grande libreria che occupa l’intera parete di fondo del salone. In un angolo un contrabbassista accorda paziente lo strumento, la giacca bianca tesa sulla schiena per lo sforzo. «Ma dimmi, Bettino, Francesco ha confermato?». «Certo. Quando ha saputo che c’eri tu ha annullato ogni impegno a Roma e sta precipitandosi. Pensa, un volo di Stato solo per questa festa, per onorarci della sua presenza. Purtroppo arriverà più tardi, spero in tempo per brindare al nuovo anno».
I due uomini vengono interrotti dal campanello della porta d’ingresso. Anna, la padrona di casa, va ad aprire. Entra un uomo distinto, solo, un lieve sorriso e gli occhi stretti che si intuiscono attenti dietro le lenti degli occhiali. Salvatore lo guarda entrare, consegnare a un cameriere il soprabito, e poi avanzare sicuro verso il suo ospite che gli va incontro. «Marcello! Che gioia, sei riuscito a venire». L’uomo lancia uno sguardo sbieco a Salvatore, poi concentra la sua attenzione sull’altro uomo. «Mi ha accompagnato Mario, sta cercando un posto per parcheggiare. Gli avevo detto di prendere un taxi e invece è un’ora che giravamo qui sotto. Ma non mi presenti i tuoi ospiti?».






















