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Modulo di Workshop “il documentario sociale”
Tipologia: workshop pratico e teorico sulla realizzazione di documentaristica di carattere sociale
Coordinato da Pietro Orsatti
durata 6gg
residenziale
Introduzione
Per quanto riguarda il mondo dell’informazione e della produzione culturale in occidente – settori che in qualche modo dovrebbero aiutare a comprendere e a affrontare gli attuali mutamenti della società – stiamo attraversando una fase di sterilizzazione per sovraesposizione. Sovraesporre un concetto non ne aumenta il valore, ma lo rende omologabile, ne svuota il peso reale, la drammaticità, l’impatto. Per intenderci, la povertà, il disagio, la diseguaglianza sociale diventano elementi estetici, ripuliti dal loro valore di denuncia e di stimolo alla discussione. Il “dolore”, l’insieme dei fattori che provocano il dolore, non vengono analizzati; il “dolore” è un elemento estetico usato, spesso abusandone, asetticamente dall’industria di produzione culturale: c’è, si mostra, si spettacolarizza, e poi si volta pagina. Diventano sempre più rari i casi in cui si cerca di capire e non di mostrare semplicemente. Dopo tutto, questo non dovrebbe sorprendere vista l’attuale situazione industriale della cultura in genere e dell’informazione in particolare: il processo di monipolizzazione e controllo da parte di gruppi industriali sulla produzione di informazione a livello globale e nazionale sta creando una situazione di progressiva scomparsa della libertà di espressione.
Più dell’80% dell’informazione “di base” – mi riferisco alle agenzie di stampa – sono in mano a una manciata di “editori”.
In particolare AP e Reuters (una statunitense e l’altra inglese) determinano in realtà il 90% dell’agenda di attenzione internazionale su temi politici, economici e culturali e livello globale. AP e Reuters, quindi, pur non rispondendo direttamente a un governo sono espressione di un mondo, quello occidentale, e un modo produttivo, quello ultraliberista: questi due colossi impongono di fatto una visione, una chiave di lettura, un modo di affrontare e analizzare la realtà che si fonda su esigenze in primo luogo imprenditoriale e poi politiche che fanno riferimento al solo Nord. Fanno politica ma non rispondono a nessuno, non rispondono neanche direttamente al pubblico. Il pubblico non può esprimere, infatti, il proprio gradimento o la propria disapprovazione: AP e Reuters non vendono direttamente informazione all’utente finale, al pubblico, i loro interlocutori sono gli “hub” informativi mondiali, agli uffici stampa di gruppi politici, istituzioni, gruppi economici o ad altre testate giornalistiche. Se AP e Reuters non segnalano un fatto, non seguono una storia, non distribuiscono una notizia, per il 90% almeno del mondo dell’informazione, della politica e dell’economia quel fatto, quella storia e quella notizia non esiste.
E i poveri? E gli esclusi? E i miserabili? Chi parla di loro, chi ne raccoglie le voci?
“Le persone povere si preoccupano di cosa accadrà ai loro livelli di reddito. Le persone povere si preoccupano del fatto che i loro bambini vadano a scuola. Le persone povere si preoccupano del fatto che le loro figlie siano discriminate in termini di accesso all’istruzione. Le persone povere si preoccupano delle malattie pandemiche e di quelle infettive come l’HIV/AIDS, che sono devastanti per le comunità in Africa. E le persone povere si preoccupano molto in merito al loro ambiente e del fatto che esse possano avere accesso o meno a fonti d’acqua pulite e a strutture sanitarie”(Undp – rapporto sullo sviluppo umano 2004).
Il mondo è questo. Il mondo è fatto di bisogni, spesso elementari e primari: ce ne dimentichiamo sempre più spesso. Di questo dobbiamo parlare. Queste devono essere le scadenze primarie delle nostre agende personali e politiche. Un operatore dell’informazione, un intellettuale, un artista, un artigiano della comunicazione
parla verso l’esterno, parla a qualcuno, al pubblico, e nel momento che agisce genera politica, definisce un confine fra personale e pubblico e poi lo supera. Il suo ruolo non può essere impersonale, il suo coinvolgimento diventa, nell’atto della sua attività, pubblico e quindi determina un’azione che può portare cambiamento, influenzare opinioni. Per questo la responsabilità è grande per chi opera in questi settori. Non sentirne il peso svilisce il valore che ruota intorno al termine “comunicazione”.
L’esperienza sul campo è insostituibile, soprattutto quando si lavora su prodotti come il documentario.
Ma non basta. La necessità di lavorare con lentezza è altrettanto importante. Lavorare lentamente significa in primo luogo darsi più tempo per capire i contesti in cui ci si muove. Oggi questo tipo di approccio è molto difficile da mettere in atto: i tempi di una produzione televisiva sono diventati estremamente stretti.
Lavorare lentamente è antieconomico, nel senso che si richiede velocità non tanto per “battere” più rapidamente su una notizia o argomento, quanto perché i prezzi a minuto di un prodotto documentaristico sono precipitati enormemente, le società di produzione non investono fondi adeguati e soprattutto le reti televisive difficilmente richiedono questo tipo di prodotti. Si potrebbe pensare che la produzione interna delle reti televisive riesca a coprire la richiesta di prodotti di approfondimento sul campo, ma non è così: le televisioni non producono, non investono, non richiedono. Il mercato italiano su questo aspetto è diventato drammaticamente stretto e disagevole.
La velocità di realizzazione è deve essere legata esclusivamente alla necessità di sicurezza. Questo vale quando ci si muove in un ambiente a rischio, come ad esempio in una zona di conflitto, che in una realtà che non si conosce o di cui si hanno informazioni solo parziali o non verificate. Non si può pensare che la velocità garantisca corretta informazione. Quasi sempre si cade nell’equivoco che lo scoop sia “l’informazione”, mentre lo scoop spesso è solo una scelta esclusivamente commerciale, un prodotto da gettare nel mercato dell’informazione.
Nel mio lavoro di regista di documentari e autore di reportage spesso ho lavorato usando una tecnica di narrazione “soggettiva”, ovvero la camera è il punto di vista del narratore. Si tratta di una tecnica che associata a una forte base di preparazione e a un lavoro molto attento sul campo prima e durante le riprese, può dare risultati sorprendenti. Non si tratta di una tecnica che ho sposato in modo dogmatico, anzi, a volte sento necessario lavorare in modo più formale o tradizionale, sicuramente più pulito e tecnicamente ineccepibile.
Eppure in documentari quali Fome Zero e Get On Board (differenti fra loro anche in termini di impostazione) ho trovato questa tecnica fondamentale volendo comunicare al pubblico che quello che stava vedendo era esattamente quello che avevo visto io girando. “Quello che vedi è”.
Ma scelte artistiche o tecniche non possono bastare, anzi a volte possono essere persino degli impedimenti al raggiungimento di una corretta informazione. Prima di tutto viene il lavoro di preparazione, di documentazione e di verifica. Semplificando potremmo definire indispensabile un corretto lavoro giornalistico, ma comunque anche in questo caso si tratta di una definizione per difetto. Sandro Onofri, una sera davanti a una birra, mi disse una cosa semplicissima ma che mi è rimasta stampata in testa per tutti gli anni successivi: per scrivere devi vivere. Per raccontare devi vivere quello che stai raccontando. E’ una leggenda, o una menzogna, che sia possibile scrivere, filmare, fotografare, raccontare una vicenda senza essere dentro a quella vicenda. Non è possibile non esserne parte, prendere parte. Non si può mai essere solo un osservatore distaccato.
Le tecnologie oggi aiutano ad abbattere sia i costi che i tempi di produzione. Inoltre diventano uno strumento di incredibile potenza espressiva, e di grande libertà per gli autori che vogliono affrontare il “cinema del reale”, la documentaristica.
Il Workshop intende affrontare questi temi, fornire spunti, idee. In una settimana di lavoro, attraverso un modulo già sperimentato, i partecipanti, oltre a ricevere informazioni e nozioni tecniche e teoriche, avranno la possibilità di affrontare in tutti i suoi aspetti, attraverso una simulazione pratica, la produzione e realizzazione di un piccolo prodotto documentaristico sul territorio.
Massimo di partecipanti 20 persone
- Analisi del documentario – visione e studio
- Produzione
- Tecnica di scrittura e di ripresa
- Post-produzione
- Nuove tecnologie digitali di ripresa e post-produzione
- Realizzazione di un cortometraggio sul territorio (scrittura, riprese, montaggio, edizione)
- Proiezione dei materiali a conclusione del workshop
- I cortometraggi verranno messi a disposizione sul sito www.arcoiris.tv
Materiali forniti dal conduttore
3 video camere
1 stazione di montaggi
Materiali forniti dalla struttura
1 lettore DVD
1 televisione
1 video proiettore e impianto audio























ma quando fai questa cosa qua??
dovrei riuscire a farlo vicino a Roma per fine maggio e poi sicuramente a settembre a Roma